Referendum in Catalogna, il 90% dei votanti vuole l’indipendenza

Bruxelles – Domenica 1 ottobre in Catalogna si è votato per chiedere l’indipendenza dal governo centrale spagnolo. Il ‘sì’ ha ottenuto il 90% dei voti al referendum sull’indipendenza catalano, secondo i dati quasi definitivi resi pubblici dal portavoce del governo catalano Jordi Turull. Al voto hanno partecipato 2,2 milioni di elettori (circa il 42%). Il ‘no’ ha ottenuto il 7,8% delle preferenze. Sono stati 400 i seggi, corrispondenti a 770 mila elettori, chiusi dalla polizia spagnola, che in molti casi ha sequestrato le urne. 10mila gli agenti di polizia inviati da Madrid per impedire il voto in nome della costituzione del 1978. Il vicepresidente catalano Oriol Junqueras ha detto che spetterà al parlamento di Barcellona prendere la decisione di dichiarare l’indipendenza, una decisione potrebbe essere presa al riguardo a partire da mercoledì.

IL REFERENDUM – Gli elementi centrali della consultazione:

  • IL VOTO. Quasi 5 milioni e mezzo gli elettori con diritto di voto. Il quesito recitava: “Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato indipendente nella forma di una Repubblica?”. Il ‘Govern’ ha aperto 2.315 collegi elettorali con 6.249 seggi in scuole, centri civici e sportivi, teatri, da Barcellona a Girona, dai Pirenei alla Costa Brava.
  • LA CATALOGNA. E’ una delle 17 regioni autonome spagnole, con una popolazione di 7,5 milioni di abitanti. Contribuisce ad un quinto dell’economia del Paese. Nel 2015 il Pil catalano ammontava a 204 miliardi di euro, una cifra equivalente al 19% del Pil spagnolo. La regione ha proprie tradizioni e lingua locale, e la spinta indipendentista è considerata tra le cause della Guerra civile spagnola degli Anni ’30. Lingua e istituzioni locali vennero vietate e soppresse durante l’era di Franco, dal 1939 al 1975. Il governo regionale ha pieni poteri in molti settori, dalla sanità all’educazione, ma non in ambito fiscale, economico o nella gestione degli hub commerciali.
  • IL PERCORSO DI INDIPENDENZA. E’ iniziato nel 2010, con una sentenza della Corte costituzionale che ha stralciato parti dello statuto autonomo che avrebbe garantito alla regione maggiori poteri e riconosciuto il ruolo di “nazione” nella nazione spagnola.
  • IL PRECEDENTE. Nel 2014 una consultazione non vincolante è stata bloccata dalla Corte Suprema. Il governo locale mise in campo un sondaggio non ufficiale, che raccolse 2,3 milioni di voti e l’80% di sì. Mesi dopo, la linea indipendentista conquista la maggioranza.
  • I ‘NO’ DI COSTITUZIONE E CORTE SUPREMA – Le regole definite dalla Costituzione post-franchista per una Spagna “indissolubile”, a meno di un difficile e arduo iter di riforma (con doppia maggioranza qualificata parlamentare e referendum popolare), sono superiori a qualsiasi decisione presa da un parlamento autonomo. Così la Corte costituzionale spagnola ha bocciato all’unanimità il 20 settembre la decisione del Parlament di Barcellona di indire un referendum per l’indipendenza della Catalogna il primo ottobre.
    La Costituzione del 1978 afferma che “la sovranità nazionale appartiene al popolo spagnolo, cui emanano i poteri dello Stato” e la forma politica “è la monarchia parlamentare”. La Carta fondamentale sancisce “l’unità indissolubile della nazione spagnola, patria comune ed indivisibile di tutti gli spagnoli, riconoscendo e garantendo il diritto all’autonomia”. L’articolo 9 recita poi che “i cittadini e i poteri pubblici sono soggetti alla Costituzione e al resto dell’ordinamento pubblico”.
    Le revisioni costituzionali di ampio respiro o sui principi generali sono regolate dall’articolo 168 e prevedono una maggioranza dei due terzi di ciascuna delle due Camere seguita dallo scioglimento delle Cortes. Tocca poi alle nuove Camere, una volta ratificata la decisione, lo studio del nuovo testo costituzionale, da approvare di nuovo con una doppia maggioranza dei due terzi. Una volta approvata la riforma, si procede a un referendum per la ratifica definitiva.
    La Corte costituzionale ha bocciato all’unanimità, dichiarandolo nullo e incostituzionale, il referendum in quanto il parlamento catalano “si è arrogato attribuzioni sulla sovranità superiori a quelle derivanti dall’autonomia riconosciuta dalla Costituzione, insistendo per introdurre nell’ordinamento giuridico con apparente validità un oggetto specifico: il presunto ‘processo costituente’ in Catalogna, la cui incostituzionalità” è stata dichiarata numerose volte dallo stesso tribunale.
    La Costituzione, ricorda infine la Corte, non permette di “contrapporre la legittimità democratica e la legalità costituzionale” privilegiando la prima. Quindi “la legittimità democratica del parlamento della Catalogna non può opporsi al primato senza condizioni della Costituzione”.

LA GIORNATA DI VIOLENZA – Il muro contro muro tra Madrid e Barcellona è stato durissimo, in una vera e propria guerra surreale. Un’ondata di violenza a senso unico ha attraversato tutta la Catalogna, nel giorno che doveva essere nelle intenzioni del governo di Barcellona quello di una “gioiosa” celebrazione elettorale. La polizia spagnola è intervenuta con la forza in centinaia di seggi elettorali per impedire lo svolgimento del referendum. La mossa di Madrid non ha permesso di impedire il voto, come aveva promesso il premier spagnolo Mariano Rajoy, che aveva dichiarato “illegale” il referendum. La maggior parte degli oltre 6mila seggi, dove erano chiamati al voto 5,3 milioni di catalani, ha potuto aprire. Migliaia di persone hanno fatto la coda tutto il giorno davanti ai seggi.

A fine giornata, oltre 800 persone sono rimaste ferite negli scontri con la polizia spagnola, ha denunciato il governo locale.  Madrid ha invece parlato di 12 agenti di polizia feriti e di tre persone arrestate. Un totale di 92 seggi sono stati chiusi, ha reso noto il governo spagnolo. Mentre le autorità catalane denunciano che sono stati chiusi 319 seggi sui 2.300 aperti in tutta la regione. A Girona la polizia ha fatto irruzione nel seggio in cui avrebbe dovuto votare Puigdemont che ha poi votato in un altro seggio.

“Oggi non c’è stato alcun referendum, è chiaro a tutti”: ha detto il premier spagnolo Mariano Rajoy in diretta tv. “Il nostro stato di diritto mantiene la sua forza e resta in vigore, reagisce di fronte a chi vuole sovvertirlo”, ha aggiunto. “Ringrazio le forze di sicurezza dello Stato che hanno tenuto fede agli obblighi e rispettato il mandato della Giustizia davanti ad un attacco così grave alla nostra legalità”.  Il referendum in Catalogna “è stato un ricatto di pochi” e “una sceneggiata” degli indipendentisti, ha ribadito Rajoy, sottolinando come “la maggioranza del popolo catalano” non vi abbia preso parte. “Queste persone hanno dato prova di senso civico e grande rispetto per i principi che sono alla base della nostra convivenza: oggi abbiamo constatato la forza della democrazia spagnola”, ha detto.

La violenza della reazione di Madrid “è una vergogna che accompagnerà per sempre l’immagine dello Stato spagnolo”, ha tuonato il presidente catalano Carles Puigdemont, che ha poi lanciato un appello all’Europa perché cessi di ignorare la crisi catalana e le violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile la Spagna: “L’Ue non può continuare a guardare dall’altra parte”, ha detto, “abbiamo guadagnato il diritto di essere rispettati in Europa”. “Dai tempi del franchismo non si vedeva una tale violenza di stato”, ha accusato il portavoce del governo, Jordi Turull, minacciando di portare Madrid “davanti ai tribunali internazionali”.  Il governo spagnolo invece ha definito “esemplare” l’operato della polizia in difesa dello stato: “Hanno agito in forma professionale e proporzionale”, ha detto la vicepremier Soraya de Santamaria. “Abbiamo dovuto fare quello che non volevamo”, ha aggiunto il prefetto in Catalogna Enric Millò.

IL SILENZIO DI BRUXELLES – Bruxelles è rimasta arroccata in un imbarazzato e assordante silenzio di fronte alle violenze della polizia spagnola per impedire il referendum catalano. I leader delle istituzioni Ue, tutti della famiglia del Ppe – la stessa del Partido Popular del premier Mariano Rajoy – hanno evitato dichiarazioni ufficiali, nell’attesa di ‘metabolizzare’ la situazione, ma soprattutto cercando la linea, stretti tra un voto incostituzionale e un rispetto della Costituzione imposto con la violenza. Solo l’indomani è arrivata la dichiarazione ufficiale della Commissione Ue: “In base alla Costituzione spagnola, il voto di ieri in Catalogna non è stato legale. Per la Commisisone europea, come il Presidente Juncker ha ribadito più volte, questa è un affare interno della Spagna che deve essere affrontato in linea con l’ordine costituzionale spagnolo”. Bruxelles quindi ricorda “la posizione legale tenuta da questa Commissione così come dai suoi predecessori” in base a cui se fosse organizzato un referendum legale “significherebbe che il territorio che si stacca si troverebbe al di fuori dell’Unione europea”.  Infine l’invito a dialogo e unità: “Al di là dell’aspetto puramente legale della questione, la Commissione crede che questi siano tempi per l’unità e la stabilità, non per la divisione e la frammentazione. Facciamo appello a tutti gli attori rilevanti di muoversi ora rapidamente dal confronto al dialogo”, perché sottolinea Bruxelles, “la violenza non può mai essere uno strumento in politica“. Per questo “abbiamo fiducia nlla leadership del premier Mariano Rajoy per la gestione di questo difficile processo nel pieno rispetto della Costituzione spagnola e dei diritti fondamentali dei cittadini in questa sanciti”.

A rompere gli indugi per primi, già domenica di fronte alle scene di violenza a detta di molti osservatori di ricordo franchista, sono stati invece il leader dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo Gianni Pittella, e quello dei liberali dell’Alde Guy Verhofstadt. La guida del Ppe, Manfred Weber, ha preferito tacere, anche per vedere quale sarà la difesa di Rajoy, al quale Podemos chiede le dimissioni. Pittella, pur rimarcando il carattere di illegalità del “non-referendum”, ha definito quello di domenica un “giorno triste per la Spagna e per l’intera Europa”, attaccando frontalmente Rajoy, accusato di “non aver fatto niente per evitare” le violenze. Pittella ha infatti giudicato “scandaloso che il governo conservatore non abbia aperto un dialogo prima”. Verhofstadt, dal canto suo, ha invitato a “una soluzione negoziata nella quale siano coinvolte tutte le parti politiche, inclusa l’opposizione al Parlamento catalano”. In Europa la prima ad insorgere davanti alle violenze è stata la scozzese Nicola Sturgeon, che ha parlato di scene “alquanto scioccanti e sicuramente non necessarie”, mentre sono arrivate anche le nette parole di condanna delle violenze da parte dei  socialisti con il numero uno del Labour Jeremy Corbyn. Sulla stessa linea nche il premier belga Charles Michel, che ha chiesto il dialogo. A lui si è associato lo sloveno Miro Cerar, che ha rivolto un appello a trovare “soluzioni pacifiche”.