La battaglia dei Coronabond, sette giorni per decidere

Bruxelles – Il weekend di riflessione a Borse chiuse non ha portato consiglio all’Europa, ancora preda delle divisioni, invariate, che ostacolano un accordo sulla risposta economica alla nuova crisi. Tanto che l’Eurogruppo, che avrebbe dovuto riunirsi in settimana, rinvia di qualche giorno e si dà appuntamento al 7 aprile. Due le chiavi di lettura che ne danno gli addetti ai lavori, opposte ma convergenti: le posizioni sono talmente distanti che serve più tempo per preparare la riunione, ma il tempo ulteriore verrà usato per cercare di portare sul tavolo tutto, dal Mes ai Coronabond.

Le emissioni comuni di titoli hanno di nuovo avuto il sostegno della Bce, mentre la Germania insiste sul Mes e il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni invita ad un approccio più realista: una “generica” condivisione del debito non passerà mai, quindi bisogna concentrarsi sugli obiettivi e poi capire come finanziarli, anche con bond comuni ma “finalizzati”. All’Eurogruppo tocca la missione impossibile di mettere in agenda e trattare le due questioni più delicate, su cui pesano già diversi veti. I Coronabond non erano mai stati messi all’ordine del giorno di nessuna riunione ufficiale, ma sono stati portati al tavolo del vertice Ue direttamente da una lettera di nove capi di governo Ue, tra cui Giuseppe Conte, Emmanuel Macron e Pedro Sanchez. Il dibattito che ne è seguito è stato tutto politico, e toccherà all’Eurogruppo portarlo ad una dimensione tecnica. Nella prassi diplomatica sarà già un successo tenere in agenda sia il Mes – già c’era ma l’Italia l’ha fatto togliere – che i Coronabond, perché obbligherebbe i ministri a prendere posizioni ufficiali, argomentate, che andrebbero poi sintetizzate in un documento comune a riunione conclusa. Non adottare conclusioni darebbe infatti la certezza di un’Europa che non sa, e non vuole, affrontare la crisi che avanza.

La dimensione dello tsunami che investirà le economie europee la dà il Fmi, che stima nei Paesi Ue un calo del 3% del Pil annuale per ogni mese di attività chiuse. Anche lo spread, a 200, è la spia di mercati agitati, in attesa di un segnale dall’Europa. Il Fondo monetario si aspetta dall’Ue una risposta “aggressiva” alla crisi, ha detto Poul Thomsen, direttore del Dipartimento Europeo del Fondo. Ma per ora non smuovono le acque né il pressing delle diverse istituzioni né le opinioni autorevoli, come quella di Draghi qualche giorno fa e quella di oggi dell’ex governatore della banca centrale olandese che chiede al suo Paese di smettere i panni dell’intransigente e aiutare i Paesi del Sud, altrimenti verrà travolto anch’esso dalla “valanga” provocata dalla loro caduta. Messaggi che lasciano per ora indifferente il Nord. Da Berlino, il ministero delle finanze ribadisce che “abbiamo già preso misure notevoli. Ora la questione è come sostenere il credito e per questo c’è il Mes”.

Una speranza la dà il commissario Gentiloni, che suggerisce una strategia. Bisogna “capovolgere” la discussione, partendo non più da Mes e Coronabond ma dagli obiettivi. All’Europa, spiega, serve coprire i costi dell’emergenza sanitaria, quelli di un piano di rilancio per le imprese e di uno strumento anti-disoccupazione. In sostanza, prima si trova un accordo su cosa fare e poi su “come” finanziarlo. “Sono fiducioso che una via di condivisione si possa trovare e penso che bisogna farlo inevitabilmente in un dialogo con la Germania senza di cui non riusciamo a trovare un compromesso”, ha detto il commissario. La consapevolezza che si fa strada, e che il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno metterà sul tavolo, è che bisognerà trovare una soluzione per la valanga di debito che i Paesi inevitabilmente faranno. Perché non può essere un problema dei singoli, visto che in ultima analisi andrà ad aggravare le divergenze nella zona euro e quindi aumenterebbe la frammentazione. In quel caso “sarà molto difficile tenere insieme il progetto Ue”, secondo Gentiloni.