Tremila gli europei jihadisti detenuti nelle carceri curde. Usa, Paesi Ue li riprendano

Bruxelles – L’accordo concluso a Sochi tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, per mettere fine all’offensiva turca nel nord-est della Siria definisce i contorni della fine del sogno delle popolazioni curde di un Rojava autonomo. Ed è nel contesto della cosiddetta operazione ‘Fonte di Pace’ – giustificata da Ankara con la creazione di una ‘safe zone’ per i rifugiati, ma in realtà sferrata per disperdere dal confine le milizie dell’Ypg (che Erdogan considera alleate dei terroristi del Pkk) – che torna di estrema attualità il dossier sui foreign fighter. Secondo le più recenti stime internazionali sono infatti 2.500-3.000 gli europei jihadisti detenuti nelle carceri curde, che approfittando della situazione potrebbero fuggire, per tornare in patria, soprattutto attraverso la rotta balcanica. La Turchia si è impegnata a tenere in custodia i combattenti di Daesh ed i loro familiari nelle aree occupate. Ma gli Stati Uniti, per bocca dell’ambasciatrice degli Usa presso la Nato Kay Bailey Hutchinson, sono tornati ad insistere con gli alleati sulla necessità “che ciascun Paese si assuma le proprie responsabilità per i fighter catturati, e riprenda i propri cittadini”.

La questione sarà affrontata domani dai ministri della Difesa del patto Atlantico, in una discussione che toccherà tutte le diverse implicazioni dell’offensiva turca. I numeri dei fighter italiani sono molto inferiori a quelli di Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna, da dove – stando alle stime – in questi anni sono partiti almeno 3mila combattenti. Quelli di nazionalità italiana invece, secondo la Relazione annuale del Dis al Parlamento, non superano la dozzina. Il Belgio e altri Stati europei si starebbero preparando ad accogliere cittadini accusati di avere legami con lo Stato Islamico, anche se la soluzione a cui si stava lavorando era quella di delegare i procedimenti giudiziari e riabilitativi all’Iraq. Nel marzo scorso, la Svezia, col sostegno di Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca, aveva proposto di stabilire un tribunale internazionale per giudicare i mujaddin europei: una soluzione che col precipitare degli eventi probabilmente non sarà più percorribile.