Olanda, Wilders non sfonda. Rutte, ‘fermato populismo’

L’Aja – Con il voto in Olanda di domenica 25 marzo 2017, l’Europa ha tirato un sospiro di sollievo dopo i mesi difficili post Brexit. La diga antipopulismo nei Paesi Bassi ha tenuto. I liberali di destra del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (Vvd) di Mark Rutte hanno infatti vinto largamente le elezioni con il 21,3% dei consensi, scacciando l’incubo di un’ascesa dei populisti islamofobi e anti-Ue del Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders, in testa ai sondaggi fino a poche settimane prima del voto ma fermatosi al terzo posto con il 13,1% dei voti.

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha definito il risultato “un voto per l’Europa, un voto contro gli estremisti” e d’ispirazione per molti, con la speranza che le presidenziali francesi, al ballottaggio domenica 7 maggio 2017, segnino la sconfitta per la leader del Front National Marine Le Pen, e che in autunno in Germania Alternative fur Deutschland di Frauke Petry sia ugualmente punita alle urne. Rutte ha replicato parlando ai suoi elettori di “una serata importante per tutta l’Europa: l’Olanda dopo la Brexit e le elezioni americane ha detto no al populismo”. L’alta affluenza, con oltre 13 milioni di olandesi che si sono recati alle urne (82%), è stata celebrata come una “festa della democrazia”.

Pur perdendo 8 seggi rispetto alle elezioni del 2012, il Vvd di Rutte si è aggiudicato 33 dei 150 seggi in palio nella Camera Bassa degli Stati Generali d’Olanda (la denominazione ufficiale del Parlamento), l’unica a suffragio universale, mentre nel Senato siedono i rappresentanti delle assemblee provinciali. Al Pvv di Wilders sono andati 20 seggi (13,1%, +5 seggi rispetto al 2012), a seguire i democristiani del Cda (12,4%, +6 seggi) e davanti ai liberali di sinistra del D66 (12,2%, +7 seggi). Per fare il governo e raggiungere la maggioranza di 76, Rutte ha quindi dovuto comunque fare i conti anche con i Verdi o offrire uno strapuntino ai laburisti. Il GroenLinks è stato il vero vincitore delle elezioni: con un boom storico gli ecologisti hanno quadruplicato rispetto al 2012 e per la prima volta sono il primo partito della sinistra. Risultato speculare a quello dei laburisti del Partito del Lavoro (Pvda), cacciati tra i ‘cespugli’ con soli 9 seggi, ben 29 in meno rispetto a cinque anni fa. Confermato anche il successo del partito antirazzista Denk, che con il 2,1 è entra per la prima volta in parlamento con 3 rappresentanti.

Gli olandesi si sono dunque mobilitati per scongiurare la vittoria degli xenofobi nel Paese che da almeno mezzo secolo vanta l’etichetta di “più tollerante d’Europea” e hanno scelto la stabilità, riconfermando Rutte per un terzo mandato. A essere puniti pesantemente, però, sono stati gli alleati del premier, i social-democratici del Pvda. Laburisti in salsa troppo liberale, i cui volti sono stati quelli di Frans Timmermanns (primo vice di Jean-Claude Juncker alla Commissione europea) e Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze e presidente dell’Eurogruppo. Un ‘falco’ troppe volte allineato all’austerità ispirata dal tedesco Schaeuble. I risultati della sua ‘cura’ si sono visti nelle statistiche, non nelle tasche della classe media e operaia olandese.

Il risultato olandese è arrivato dopo quello del 4 dicembre 2016 in Austria – dove i verdi di  Alexander Van Der Bellen si erano imposti sugli ultranazionalisti di Norbert Hofer –, dimostrando che la diga europea può tenere davanti allo tsunami del populismo nato dalla Brexit, rafforzato dall’elezione di Trump, sobillato da Putin e – nella sua versione più aggressiva – interpretato da Erdogan. Le settimane precedenti al voto avevano però destato molte preoccupazioni nell’Unione europea, con una campagna elettorale interamente dominata dall’agenda di Wilders. Per tentare l’assalto al governo, Wilders aveva presentato un programma di una sola pagina, “L’Olanda è la nostra terra”. Nei 12 punti: bando del Corano, chiusura delle moschee, chiusura delle frontiere, dei centri di asilo, uscita dalla Ue (quindi anche dall’euro), oltre a misure acchiappa-voti come la riduzione degli affitti e l’eliminazione degli eccessi della sanità pubblica.

Già prima che cominciasse la fase finale della campagna elettorale, tutti i partiti principali avevano ‘sterilizzato’ Wilders, escludendo di poter fare coalizioni di governo col Pvv (che invece per i primi due anni dell’ultima legislatura aveva dato ‘l’appoggio esterno’ a Rutte). Secondo gli analisti di VoteWatch, think tank che monitora le votazioni di Stati membri ed Europarlamento, però, “sarebbe una lettura semplicistica inquadrare queste elezioni come una vittoria per l’Ue e una sconfitta per l’euroscetticismo”, in quanto nella campagna elettorale olandese c’è già stato “uno slittamento complessivo a destra”, dove Rutte per vincere ha dovuto “irrigidire” i toni calcandoli proprio su quelli di Wilders.