Governo M5s-Lega, “significativi passi in avanti”, domenica i nomi al Quirinale

Roma – Significativi passi in avanti. Nella prima nota a doppia firma, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due leader della Lega e del Movimento Cinque Stelle si dicono ottimisti sia sulla trattativa per la stesura del programma di governo che sulla composizione della squadra. Una corsa contro il tempo per riempire le caselle che entro domenica dovranno essere comunicate, almeno in parte, a Sergio Mattarella a partire comunque da quella del presidente del Consiglio che potrebbe essere una personalità terza ai due big. Il Capo dello Stato infatti entro domenica intende sicuramente avere il nome del candidato premier, a questo nome si potrebbero aggiungere da parte di M5s e Lega anche i profili delle personalità scelte per ministeri di ‘peso’ come Economia, Esteri, welfare, Mise e Interno. Di nomi per la poltrona di palazzo Chigi così come per i ruoli chiave dell’esecutivo ne girano parecchi ma nessuno al momento sembra avere una predominanza. La “pratica” è nelle mani dei due leader che fino a domenica continueranno a vedersi per provare chiudere positivamente la partita. E a far capire che al momento nessuna opzione è da scartare è proprio Salvini: “Abbiamo chiesto due tre giorni al presidente Mattarella per chiudere tutto, se si chiude. Senno’ si vota”, è l’avviso del segretario della Lega. 

ALLA PROVA CONTRATTO – E se la ricerca del futuro presidente del Consiglio è nelle mani dei due ‘capi’, parallelamente, gli sherpa leghisti e pentastellati, coordinati dal prof. Giacinto della Cananea, incaricato dal M5s, si occupano del programma. Una riunione fiume nel pomeriggio per mettere nero su bianco i punti di convergenza: superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza, flat tax e contrasto all’immigrazione clandestina, solo per citare alcuni temi cari ad entrambi i partiti. Sul tavolo però rimane aperta la questione del conflitto d’interesse. Al tavolo tecnico-politico insediato alla Camera hanno partecipato, ad eccezione dei due leader, esponenti di spicco delle due forze politiche come Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli, Alfonso Bonafede e Vincenzo Spadafora. Ognuno con il preciso compito di vigilare sulla tenuta dei rispettivi programmi. “Il tema immigrazione, sicurezza sbarchi sarà parte fondante del programma del governo”, ha promesso Salvini dopo un vertice mattiniero con Di Maio che ha dato il via al tavolo sui temi. Tavolo che si è riunito mentre il senatore leghista ed economista, Alberto Bagnai, annuncia in conferenza alla stampa estera che l’uscita dall’euro non è tra le “priorità” della Lega. Al tavolo del contratto si è partiti invece dal reddito di cittadinanza e dalla flat tax, due punti a prima vista inconciliabili anche se, lungo la traiettoria di avvicinamento, le due forze sono riuscite a trovare possibili compromessi, come la “progressivizzazione” della tassazione unica grazie alla leva delle esenzioni o detrazioni. Sono “punti di partenza importanti”, ha spiegato Bonafede, fedelissimo di Di Maio.

NODO CONFLITTO DI INTERESSI – L’argomento scotta e rappresenta un tema delicato nei rapporti tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Una legge che lo regolarizzi è sempre stata uno dei cavalli di battaglia del Movimento e non è un caso che la base dei pentastellati ne reclami la messa a punto. “Ne abbiamo parlato e non c’è nessun problema” ha assicurato Bonafede, il giorno successivo allo sblocco della trattativa M5s-Lega grazie al passo di lato di Silvio Berlusconi, che ha acconsentito, al momento, a Salvini di tentare un accordo con il M5s senza rompere la coalizione di centrodestra. E’ una strizzata d’occhio alla base del Movimento che oggi, allarmata, si chiedeva sul blog che fine avrebbe fatto la misura propagandata nel programma elettorale del Movimento: “Attenzione al ‘biscotto’ o ‘pacco’”, si legge tra i commenti degli iscritti che paventano il “trappolone” del “Caimano”. Un timore non infondato. Nel comunicato finale diramato dal M5s il tema non figura infatti tra i “numerosi punti di convergenza programmatici” emersi durante il confronto. Che sono invece molti e sui quali si continuerà a lavorare: superamento della Legge Fornero, sburocratizzazione e riduzione di leggi e regolamenti; Reddito di cittadinanza, con “iniziale potenziamento dei centri per l’impiego”, cosa che sembrerebbe significare che si parte da lì piuttosto che dal beneficio economico. E poi introduzione di misure per favorire il recupero dei debiti fiscali per i contribuenti in difficoltà; studio sui minibot, Flat tax, riduzione costi della politica, lotta alla corruzione, contrasto all’immigrazione clandestina, legittima difesa”. Luigi Di Maio, a domanda, ha evitato di parlare della spinosa questione: niente “toto-temi”, ha glissato. E’ intervenuto, invece, il babbo di Alessandro Di Battista: “Il conflitto di interessi, che considero una peste bubbonica, può aspettare qualche mese, magari il problema lo risolve il nano ladro di tasse, di sua non spontanea volontà”.

LA POSIZIONE DI BERLUSCONI – Il Cavaliere resta alla finestra in attesa di conoscere da chi sarà composto il futuro esecutivo. E non è detto che la posizione di Forza Italia resti quella decisa ieri: cioè consentire la nascita del governo esprimendo un’astensione. La preoccupazione di ciò che possa fare l’esecutivo inizia a trasparire tra gli azzurri tanto che la vice presidente della Camera Mara Carfagna parla per la prima volta dell’ipotesi di un voto contrario nel caso in cui il presidente del Consiglio non rispecchi i canoni richiesti dal leader di Forza Italia: “Saremo sicuramente all’opposizione, se astenerci o votare contro lo decideremo sulla base delle persone che comporranno questo governo”, sottolinea la big azzurra. Sul piede di guerra anche la leader di Fdi Giorgia Meloni. In un post su facebook la presidente di Fratelli d’Italia condiziona l’atteggiamento del suo partito ad alcuni requisiti fondamentali: “La nostra scelta non può prescindere da chi sarà il presidente del Consiglio”, mette in chiaro Meloni elencando poi una serie di punti che per il suo partito sono irrinunciabili e tra questi anche la modifica della legge elettorale, “con l’introduzione immediata del premio di maggioranza: cosi’ da permettere senza alibi, in caso di fallimento dell’esecutivo, l’immediato ritorno al voto”. Fdi e Forza Italia insomma aspettano di capire se la Lega si farà garante di tutto il centrodestra prima di decidere se fare opposizione e che tipo di opposizione mettere in atto.

MERCATI – Ma se la politica è in attesa, i mercati economici lo sono a modo loro facendo fibrillare le borse. Piazza Affari vince la ‘maglia nera’ come peggior borsa d’Europa. E l’incertezza sulla formazione del governo incide sullo spread che torna a salire chiudendo in rialzo a 137 punti base, dai 132 della chiusura di ieri. Nel corso della seduta il differenziale ha sfiorato anche 140 punti.

MATTARELLA – La Presidenza della Repubblica è dunque in attesa di conoscere entro domenica l’esito di quest’ultimo tentativo Lega-Cinque stelle. Se le forze politiche, anche attraverso una telefonata, gli garantiranno che un accordo è stato chiuso, Sergio Mattarella è pronto a convocare i leader e i gruppi parlamentari dei partiti che intendono sostenere la maggioranza. Che gli dovranno fornire il nome del presidente del Consiglio individuato. Quindi l’incarico secco e qualche giorno per risalire al Colle con la lista dei ministri. Lista che solo allora sarà esaminata dal presidente, come vuole la Costituzione. Questo è lo schema che oggi si può delineare, sapendo che il presidente ha sempre nel cassetto il suo governo di garanzia, certamente oggi riposto in uno dei comparti più profondi. Ma c’è una certezza: non ci saranno altre occasioni. Naturalmente il passaggio al Quirinale per la nomina dei ministri non sarà solo un atto formale: i ministri sono proposti dal premier ma nominati dal presidente della Repubblica, che può dunque dire la sua.

Mentre a Roma si susseguivano gli incontri tra Lega e Cinque stelle, Mattarella a Fiesole apriva la conferenza The State of the Union blindando l’Euro e confermando la vocazione europea dell’Italia: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000”, ha sottolineato il capo dello Stato. L’accuratezza dell’analisi e la nettezza delle parole usate oggi hanno dato il senso di quali siano i limiti che Mattarella non permetterà mai vengano superati. Non è un mistero per nessuno che la politica estera, dall’atlantismo all’adesione all’Unione, il rispetto dei Trattati internazionali, la lealtà verso i vincoli di Bilancio e i principi di solidarietà siano da mesi sotto la lente del Quirinale. Luigi Di Maio e soprattutto Matteo Salvini avranno studiato con estrema attenzione il discorso del presidente, anche nei passaggi più preoccupati. In alcuni frasi si può già leggere la cifra dei rapporti che dovranno essere instaurati tra due poteri dello Stato. E per diversi anni se il governo Lega-M5s dovesse spiccare il volo. Mattarella non si nasconde proprio quando stigmatizza il ritorno di anacronistiche “formule ottocentesche” dense di nazionalismi che dovrebbero essere ormai digerite nel percorso della storia. O quando mette in guardia da una subdola “narrazione sovranista” che serpeggia in Europa. Forme di ricerca del consenso assai seducenti ma altrettanto pericolose. Politiche primordiali, a tratti istintive, che il presidente si augura vengano superate con la maturità politica che si acquisisce quando si passa dall’altra parte. Cioè al governo del Paese. Di tutto il Paese.