Un Regno diviso. Confini, Brexit, età: la mappa del voto britannico

Londra – Ecco come sono cambiati e come si sono distribuiti i flussi elettorali in Gran Bretagna con le elezioni politiche dell’8 giugno, lungo alcune delle linee di faglia che attraversano un Regno diviso.

La prima linea da seguire è quella geografica:

– PARTITI NAZIONALI E VOTO LOCALE: un fenomeno molto importante è stato il netto predominio dei partiti nazionali anche nelle realtà locali. In particolare in Scozia, dove gli schieramenti unionisti, quindi Conservatori, Laburisti e Lib-dem, hanno conquistato il 60% del voto. In generale, sul piano nazionale Conservatori e Laburisti, rispetto alle consultazioni del 2015, hanno guadagnato rispettivamente il 5,5% e il 9,5%.

  • INGHILTERRA: è nel paese di San Giorgio che i Conservatori hanno conosciuto la vittoria più deludente. Il partito di Theresa May, infatti, pur confermandosi il primo partito d’Inghilterra con il 45,6% dei consensi (+4,6%), ha perso 22 seggi, quasi tutti in favore dei Labour, usciti dalla consultazione notevolmente rafforzati, con 21 seggi e il 10,3% di consensi in più, guadagnando il secondo posto con il 41,9%. I Liberali e Democratici hanno ottenuto 2 seggi in più, perdendo però lo 0,4% dei consensi, terza forza del paese con il 7,8%. E’ crollata l’Ukip (- 12,1%), fermandosi all’1,9% e perdendo l’unico seggio di cui godeva. In discesa anche il Green Party (detentore di 1 seggio), che ha fatto registrare l’1,9% dei consensi (-2,3%). A chiudere, lo Yorkshire Party, che non ha guadagnato alcun seggio, ma ha visto i consensi aumentare leggermente: 0,1% (+0,1%).
  • SCOZIA: lo Scottish National Party di Nicola Sturgeon con il 37% dei consensi resta ancora il primo partito ma ha perso 21 seggi a Westminster, passando dal record di 56 seggi ottenuti nel 2015 agli attuali 35, avendone persi diversi a vantaggio di Conservatori, Laburisti e Liberaldemocratici. In termini percentuali, il partito socialdemocratico e indipendentista di Nicola Sturgeon resta primo nel paese celtico, ma è anche quello che ha subito l’emorragia di consensi più evidente, perdendo 13,1 punti. Il Labour ha guadagnato il 2,8%, collocandosi al terzo posto con il 27,1%, (+6 seggi), preceduto dai Tory, che hanno aumentato il loro score del 13,7%, diventando la seconda forza in Scozia con il 28,6% (+12 seggi). Sturgeon ha ammesso che sulla base di questi risultati occorrerà fare “una riflessione” sulla richiesta di un secondo referendum per l’indipendenza in tempi brevi, referendum che lo stesso Snp aveva invocato prima del voto come risposta alla Brexit. Nel contempo la first minister di Edimburgo ha insistito che la vera sconfitta di queste elezioni a livello nazionale “è stata Theresa May”.
  • GALLES: la regione peninsolare britannica si conferma la roccaforte Labour, primo partito con il 48,9%. Seguono i Conservatori con il 33,6%. Più staccato, l’indipendentista Party of Wales (Plaid Cymru) al 10,4%, e i Liberal Democrats con il 4,5%. Chiudono Ukip e Green Party, rispettivamente con il 2 e lo 0,3%. In Galles, i Laburisti hanno strappato ai Conservatori anche i distretti Vale of Clwyd, Gower e Cardiff Nord, guadagnando 3 seggi, mentre il Plaid Cymru ha ottenuto il distretto Ceredigion in un testa a testa con i Liberal Democrats.
  • IRLANDA DEL NORD: nel territorio delle ‘Sei Contee’, si registra il successo del Partito unionista democratico (Dup), guidato da Arlene Foster, passato da partito locale a formazione determinante per tenere in piedi con il proprio sostegno a Westminster il nuovo governo della premier Tory, Theresa May. Il Dup è il primo partito del paese, con il 36% dei voti (+10,3% e + 2 seggi), seguito dai repubblicani e indipendentisti del Sinn Fein che, seppur secondi al 29,4%, hanno migliorato il loro ultimo risultato di 4,9 punti percentuali (+3 seggi rispetto ai precedenti). Più distanti il Social Democratic & Labour Party con l’11,7% (-2,2%) e l’Ulster Unionist Party, che si è fermato al 10,3% (-5,8%).
    Secondo i media del Regno Unito, il partito protestante del Dup è stato uno dei termini più ricercati su Google dopo le elezioni. Fondato nel 1971 dal reverendo Ian Paisley, storico leader unionista scomparso nel 2014, lo schieramento ha affrontato gli anni terribili dei ‘Troubles’ e, con gli Accordi del Venerdì Santo nel 1998, è stato uno dei protagonisti, insieme ai rivali repubblicani, indipendentisti e cattolici del Sinn Fein, nel processo di pacificazione dell’Ulster, arrivando a formare i governi di unità nazionale con gli ex acerrimi nemici. Il Dup porta a sostegno della May 10 deputati ai Comuni, 2 in più rispetto a quelli precedenti.
    La 46enne Foster, un avvocato prestato alla politica, leader dei Dup, negli ultimi anni è stata coinvolta in uno scandalo sulla gestione di fondi pubblici che ha acuito lo scontro col Sinn Fein, e ha contribuito alla successiva caduta del governo di unità nazionale da lei guidato come ‘first minister’. Dopo la crisi non si è trovata ancora una soluzione per formare un nuovo esecutivo nonostante le recenti elezioni per l’assemblea di Belfast. Restano quindi tensioni e il timore che si riaprano le vecchie ferite del conflitto tra cattolici e protestanti, ora che il Dup, in cambio del suo appoggio, avanzerà richieste ai Conservatori, sebbene abbia promesso di voler agire per il meglio dell’Irlanda del Nord. Per quanto riguarda il loro programma, gli unionisti sono pro-Brexit perché allineati con Londra, ma con una posizione meno dura rispetto a quella della May, poiché in Irlanda del Nord la maggioranza degli elettori è contraria al divorzio da Bruxelles. In particolare, i Dup si oppongono al ritorno dei controlli al confine fra Regno Unito e Irlanda, sempre per il rischio di un ritorno al passato. Sono inoltre contrari all’aborto facile e ai matrimoni gay, tema quest’ultimo rispetto al quale sono stati fortemente criticati in passato dall’ex premier conservatore David Cameron.

Le altre faglie che attraversano il Regno Unito sono generazionali, sociali e politiche. Ecco come hanno influenzato il voto:

– GIOVANI E ANZIANI: secondo i dati di Sky News, l’affluenza fra i giovani (18-24 anni) è stata del 66,4%, in forte crescita rispetto al 43% registrato nelle precedenti elezioni del 2015. E i voti sono andati soprattutto al Labour di Jeremy Corbyn, che ha conquistato il 63% dei consensi fra i 18-34enni (dove si concentrano anche i disoccupati), contro il 27% dei Conservatori della premier Theresa May. Nella fascia di età dei 35-54 anni entrambi i partiti conquistano il 43% del consenso. Fra gli over 55, fascia che include i pensionati, invece i Tories contano su un 59%, mentre il Labour sul 23%.

– PRO E ANTI BREXIT: se resta la predominanza del Labour nei centri urbani e dei Tories nelle campagne, un fattore determinante dei risultati è stata la linea adottata sulla Brexit. I Conservatori pagano il loro approccio intransigente al divorzio da Bruxelles. Nei seggi dove i Remain avevano vinto nel referendum del 23 giugno 2016 c’è stato uno ‘swing’, uno spostamento di voti, dell’8% dai Conservatori verso il Labour, che invece, pur senza opporsi al divorzio dall’Ue, propone una uscita più “soft”. È emerso anche che l’emorragia di voti dell’Ukip, in particolare nel nord dell’Inghilterra, ha visto il ritorno degli elettori al loro partito d’origine, Tory o Labour, dopo aver votato euroscettico in molti casi per protesta.

– VOTO FEMMINILE: è stato determinante per far eleggere al Parlamento di Westminster, per la prima volta nella storia del Regno Unito, oltre duecento donne. Questo grazie al più alto numero di candidate, il 29% del totale, con il Labour che ne ha presentate più di tutti gli altri partiti, il 40,4%.