Tv: Ansip, dare accesso online ai 2 milioni di italiani all’estero

Bruxelles – I “2 milioni di italiani” che vivono in un altro Paese Ue devono poter vedere online almeno la metà dei programmi tv come show, reality o fiction ‘made in Italy’ preferiti, che finora sono sempre stati criptati. Mantenendo i legami con la cultura d’origine in modo legale, con i diritti pagati e gli autori remunerati, senza essere discriminati e “trattati come se fossero traditori”. Tanto più che la Rai è favorevole. E’ il monito lanciato in un’intervista all’ANSA dal vicepresidente della Commissione Ue al mercato digitale Andrus Ansip, dopo il primo voto dell’Europarlamento che boccia – una linea sostenuta dall’Italia e in particolare dagli eurodeputati Pd – la proposta dell’esecutivo comunitario su accordi semplificati per la vendita dei diritti in più Paesi contemporaneamente in base al principio del Paese d’origine.

Una proposta che sarebbe in linea con quanto già avviene per lo streaming delle radio e che consentirebbe una soluzione al blocco geografico del contenuto audiovisivo, rimasto fuori dalle regole Ue appena approvate che vietano le discriminazioni sulla base della residenza negli acquisti online di beni e servizi non coperti da copyright. “Chi trae beneficio da questa situazione? Non i cittadini, e nemmeno gli autori”, tuona Ansip, e per di più “la Rai sostiene le nostre idee”, così come le altre reti del servizio pubblico d’Europa che hanno espresso il loro supporto via l’associazione europea Ebu. Contro sono invece le tv commerciali, riunite sotto l’egida dell’associazione Act, di cui fanno parte anche Sky e Mediaset.

L’Italia, ricorda Ansip, “era già stata inizialmente contro” anche all’accesso di musica e film per cui si paga un abbonamento quando si è temporaneamente all’estero. “C’è un’immagine troppo in bianco e nero” della questione, afferma l’ex premier estone, che spiega: “Non si tratta dei contenuti ‘premium’, i broadcaster hanno il diritto di scegliere cosa rendere disponibile e cosa no”. L’obiettivo di Bruxelles, infatti, non è rendere accessibile l’ultima puntata in italiano di blockbuster internazionali come ‘Il trono di spade’, ma di “raddoppiare” la disponibilità online all’estero di contenuti “nazionali difficilmente esportabili”. “Questo vuol dire tutelare la diversità culturale europea, aprire a un pubblico più ampio le produzioni nazionali assicurando pagamento dei diritti e remunerazione degli autori”, martella Ansip.

Nessuno studio d’impatto ha infatti evidenziato perdite economiche per il settore audiovisivo, piuttosto il contrario. “Più contatti fai più pubblicità hai, più l’audience è grande e più soldi fai”, è il ragionamento del vicepresidente della Commissione Ue. Altrimenti “spingiamo i nostri cittadini all’illegalità”, con l’uso di programmi pirata dove “i diritti non vengono pagati”. Finora solo un eurodeputato italiano, l’altoatesino Herbert Dorfmann (Ppe), racconta Ansip, lo ha pregato di “fare tutto il possibile per andare avanti con questa proposta”, che consentirebbe tra l’altro alle minoranze linguistiche europee di guardare i programmi nell’idioma materno. “Queste persone che sono contro la nostra proposta mi chiedo cosa faranno con i 2 milioni di italiani che vivono sparpagliati negli altri Paese Ue: oggi sembra che il loro messaggio sia ‘peccato, decidetevi a tornare, l’Italia vi aspetta, i traditori non meritano l’accesso ai contenuti digitali'”. Ma, aggiunge Ansip, “i politici devono ricordarsi che queste persone votano, sono ancora cittadini. E’ però una questione più ampia, ossia come promuovere la tua cultura al di fuori del tuo Paese”. La speranza è quindi che l’Europarlamento riesca a rovesciare il voto in plenaria. Perché “mantenere questa relazione con le persone che lavorano fuori dall’Italia – conclude Ansip – è estremamente importante per queste persone, e anche per l’Italia, per tutto il Paese”. E lo stesso vale per tutti i 20 milioni di europei che vivono in un altro stato membro diverso da quello d’origine.