Trionfo M5S, Centrodestra sugli scudi con la Lega, ma nessuno ha la maggioranza

Roma – Centrodestra al 37%, M5s al 32,7%, centrosinistra al 22,8%. E’ la fotografia dell’Italia, scattata sui voti alla Camera, all’indomani del voto del 4 marzo. Nessuna coalizione ha la maggioranza per governare, ma i dati sono chiari. Il MoVimento 5 Stelle è ampiamente il primo partito, con risultati al Sud che ricordano quelli della Dc degli anni ’60; la Lega di Salvini al Nord cancella i numeri di quella di Bossi, in generale stacca di oltre 4 punti Forza Italia e porta il centrodestra alle soglie (anche se non oltre) di una maggioranza autosufficiente. Delude LeU appena sopra il 3%, il Pd è il grande sconfitto e Renzi ha deciso di dimettersi.

 

 

L’affluenza si è attestata al 72,93%, in leggero calo (di circa 2 punti percentuali) rispetto alle politiche del 2013, quando era stata del 75,19 %.

ITALIA DIVENTA BIPOLARE: M5S PRENDE IL SUD, CENTRO-DESTRA IL NORD – Un terremoto che cambia radicalmente la geografia elettorale italiana. E ripristina sostanzialmente un nuovo bipolarismo, con il M5S egemone nel Sud e isole e la coalizione di centrodestra, trainata dal boom della Lega, padrona del Nord. Va così in soffitta il tripolarismo uscito dalle politiche del 2013. Il polo che si ‘squaglia’ è quello del centrosinistra, con il Pd che resiste solo in alcune ridotte dell’Italia centrale ed in quartieri delle metropoli Roma, Milano e Torino. Le prime analisi dei flussi indicano che sono stati principalmente i pentastellati a ‘prosciugare’ i consensi dei dem. Mentre il Carroccio ha pescato soprattutto da Forza Italia. E’ cambiato il sistema elettorale, dal Porcellum maggioritario del 2013 all’attuale Rosatellum, misto, con conseguenti intoppi nelle operazioni di voto e negli scrutini.

Ma pochi numeri bastano per capire la scossa data dalle urne: il Pd di Bersani aveva raccolto 5 anni fa 8,6 milioni di voti alla Camera (25,43%), secondo per un soffio dietro M5S (25,56%). I Dem hanno perso quindi ben 2,6 milioni di voti scendendo al 18%. Inversa la traiettoria dei Cinquestelle, che hanno raccolto i consensi di 10,6 milioni di italiani (32,6%), due milioni in più rispetto al 2013. Molto più alto il balzo dell’altra grande vincitrice del 4 marzo, la Lega, che ha quadruplicato i voti: da 1,3 milioni (4%) a 5,6 milioni (17,4%). Il Carroccio è così diventato il terzo partito italiano, superando per la prima volta il tradizionale alleato Fi, rimasto fermo al 14% (4,5 milioni di voti contro i 7,3 milioni incassati dal Pdl nel 2013): una perdita di quasi tre milioni di consensi. A livello di coalizioni, esce così vincente quella di centrodestra (37%), con gli alleati Fdi e Noi con l’Italia insieme a Lega e Fi. Il centro sinistra si ferma al 22,8%, con i ‘cespugli’ +Europa, Insieme, Civica Popolare e Svp aggregati al Pd.

L’analisi territoriale del voto, offre dunque un’Italia spaccata in due: M5S domina quasi incontrastato al Sud, il centrodestra al Nord. Più variegato il Centro. Alla Camera, solo i seggi di Gioia Tauro e Vibo Valentia, in Calabria e di Agropoli, in Campania, vanno al centrodestra impedendo l’en plein pentastellato in tutti i collegi uninominali del Meridione. Mentre al Senato solo Reggio Calabria (centrodestra) sfugge ai grillini. In Sicilia (28 a 0 nell’uninominale), Sardegna (9 a 0), Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e Molise il partito di Di Maio supera nettamente il 40%. Sfiora il 40% in Abruzzo ed è al 35% nelle Marche. Salendo a Nord è il centrodestra a dominare con l’accoppiata Lega-Fi. Fa eccezione l’Alto Adige, tradizionalmente in mano a Svp che ha sostenuto la candidata vincente del Pd Maria Elena Boschi, mentre in Trentino tutti i collegi uninominali sono andati al centrodestra. Sorprendono tuttavia i risultati del partito di Matteo Salvini al Sud ed al Centro: è al 10% in Sardegna, al 6% in Puglia e Basilicata, all’8,6% in Molise, al 13,8% in Abruzzo, al 17% nelle Marche, al 20% in Umbria, al 17% in Toscana. Per il Pd è notte fonda. Riesce ad essere ancora primo partito solo in Toscana (29,6%), mentre perde di poco in Emilia Romagna (26,3% contro i 27,5 del M5S). C’è poi ‘l’anomalia’ delle metropoli con la coalizione di centrosinistra che la spunta in alcuni collegi a Roma, Milano e Torino. Nell’uninominale di Roma 1 il premier Paolo Gentiloni riporta una netta vittoria con il 42% dei voti distanziando di ben 12 punti percentuali il candidato di centrodestra.

FUGA DAL PD AL M5S – Presto per tentare un’analisi dei flussi elettorali, ma le prima valutazioni di Swg e Istituto Cattaneo indicano un consistente travaso di voti dal Pd al M5S. In particolare, evidenzia Swg, i Dem dimezzano i voti rispetto alle europee del 2014 (40,8% contro 18,7%); il 15% di chi ha votato Pd nel 2014 ieri non ha votato, mentre il 34% ha cambiato partito ed il 16,8% ha messo la croce su M5S. Consensi in fuga anche per Fi: dal 21,6% delle precedenti politiche (2013, quando si presentò come Pdl) è passata al 14%. Anche in questo caso il 15% non è andato alle urne, mentre il 37% ha cambiato partito scegliendo Lega nel 22% dei casi e M5s nel 7%. Il balzo del Movimento grillino è avvenuto, secondo Swg, recuperando chi non aveva votato alle precedenti politiche (19,5%) e chi aveva votato altro (22,8%). Anche l’altra grande vincitrice, la Lega, ha pescato tra chi aveva disertato le urne (29,5%) e, soprattutto, tra chi aveva votato altro (51,8%); in particolare ci sono stati travasi dal Pdl (25,5%).

LE PRIME REAZIONILuigi Di Maio esulta davanti al trionfo dei Cinquestelle con oltre 11 milioni di voti e il triplo dei parlamentari eletti. “Oggi inizia la Terza Repubblica. Daremo un governo all’Italia, siamo pronti a parlare con tutti. Confidiamo nel presidente Mattarella”, dice in sala stampa tra gli applausi di parlamentari e militanti.

“Niente coalizioni strane, resterò populista, governeremo con la squadra del centrodestra”, assicura Salvini che sottolinea la “vittoria straordinaria” della Lega, rassicura i mercati (“non hanno nulla da temere”) e attacca l’Europa: “Spero Juncker resti presidente il meno possibile”.

Da Bruxelles la Commissione Ue non vuole commentare. Piuttosto, l’Europa dichiara “fiducia nel presidente Mattarella, che sarà in grado di facilitare la formazione di un governo stabile”, dice il portavoce di Juncker.

Sul fronte Pd, Matteo Renzi – come anticipato dall’ANSA – ha annunciato le dimissioni da segretario del Pd e il congresso ma al tempo stesso ha fatto sapere che sarà lui a gestire la prossima fase politica fino a dopo le cosultazioni chiudendo la porta ad eventuali ‘reggenti’ per questa fase. E chiude anche subito a eventuali “inciuci”. “Siamo all’opposizione, non faremo la stampella agli estremisti”, ha puntualizzato.

VINCENTI E SCONFITTI TRA BIG E DEBUTTANTI – Batosta per il ministro dell’Interno uscente, Marco Minniti, che perde a Pesaro contro Andrea Cecconi, al centro dello scandalo ‘rimborsopoli’ del Movimento 5 Stelle. Eletta con il 41,23% dei consensi la sottosegretaria Elena Boschi blindata nel collegio sicuro di Bolzano. I risultati dei “big” della politica riservano esiti scontati, ma anche sorprese in questa tornata elettorale. Quasi la metà dei ministri del governo Gentiloni ha perso la sfida nel proprio collegio. Dario Franceschini è stato sconfitto nella sua Ferrara, il ministro del Mezzogiorno Claudio De Vincenti, candidato a Sassuolo, è arrivato solo terzo e la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, è stata superata a Pisa nel testa a testa con la candidata leghista Rosellina Sbrana. Terza, nel collegio di Genova, anche la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, che però sarà in Parlamento in quanto capolista nel proporzionale in Piemonte. Hanno, invece, conquistato il seggio alla Camera nella sfida uninominale Beatrice Lorenzin a Modena e Graziano Delrio a Reggio Emilia. Vittoria nel collegio uninominale 12-Siena, con il 36,17% dei voti, anche per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. E rieletto il ministro della Giustizia Andrea Orlando che passa in Emilia dove è capolista alla Camera nel collegio Parma-Piacenza-Reggio. Ottima la performance del ministro dello Sport, Luca Lotti, che secondo fonti Dem, risulta essere l’esponente del Pd che ha preso più voti (in numeri assoluti, non in percentuali) nel suo collegio: ha incassato 64.252 voti, pari al 40,49% (il Pd si è fermato al 36,80%). Ministri a parte, le politiche 2018 fanno registrare la debacle di tre esponenti vip di Leu: Massimo D’Alema, candidato al Senato, ultimo nel suo collegio storico salentino, a Nardò; Piero Grasso, leader di Liberi e Uguali ed ex procuratore capo di Palermo e della Dna, nel collegio senatoriale 1 di Palermo dove è arrivato soltanto quarto (un altro ex magistrato, Antonio Ingroia, candidatosi con la lista del Popolo per la Costituzione, ha riportato sempre in Sicilia lo 0,10% alla Camera e lo 0,8% al Senato); e Laura Boldrini, che ha avuto analogo piazzamento nel collegio uninominale della Camera a Milano. Brillante risultato, al contrario, per Emma Bonino che è riuscita a calamitare il 38,91% di preferenze ottenendo, grazie al meccanismo dell’uninominale, un seggio in Senato, sebbene la Lista +Europa non sia riuscita a superare la soglia del 3%. Premiato dalle urne il premier uscente, Paolo Gentiloni, che nella corsa nel collegio uninominale di Roma 1 ha staccato di parecchio i candidati degli altri schieramenti. Tra i “debuttanti” della politica flop per la giornalista e scrittrice Francesca Barra in Basilicata, regione da sempre generosa di successi per il centrosinistra: ha raccolto solo il 18 per cento dei voti. Non ce l’ha fatta neppure Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, che a Parma si è fermata al 30,37% contro il 35,13 della candidata del centro-destra Laura Cavandoli. Tra i vip prestati dallo sport niente da fare in Campania per il presidente della Lazio Claudio Lotito, mentre strada spianata verso il Senato per Adriano Galliani, l’ex amministratore delegato del Milan. Defaillance persino tra i trionfatori di queste elezioni: salta l’elezione al Senato, nelle fila dei Cinque stelle, per il comandante Gregorio De Falco, che la notte del 13 gennaio 2012 intimò in modo colorito a Francesco Schettino di risalire sulla Costa Concordia. Sotto la voce “insuccessi” finisce pure la Iena Dino Giarrusso, candidato per M5S all’uninominale a Roma.

MATTARELLA IN ATTESA, INCARICO A CHI HA PIU’ CHANCE – Dopo gli elettori ora la parola passa alle forze politiche che devono usare il tempo che manca all’inizio delle consultazioni (in sostanza almeno tre settimane) per chiarirsi al proprio interno, per definire alleanze in grado di produrre una maggioranza parlamentare. Massimo riserbo al Colle dove anche Sergio Mattarella sta studiando risultati elettorali di non facile lettura. Che hanno però una certezza, seppur negativa: non esiste una maggioranza in grado di esprimere la fiducia a un proprio Governo. E Mattarella, che ha una visione politica del tutto diversa da quella di Giorgio Napolitano, non permetterà tentativi spericolati che possano morire in aula prima di nascere. Matteo Renzi si è dimesso, ed è logica conseguenza della disfatta alle urne. Ma politicamente la guerra interna al Pd sembra appena ricominciata: il segretario ha fatto capire di non avere la minima intenzione di uscire di scena prima della formazione di un nuovo governo e ha schierato il Pd all’opposizione. E, almeno sulla carta in attesa di capire i veri umori dei Dem, ha tolto una delle carte forti dal gioco delle alleanze. Ma l’implosione del Pd non può che essere osservata con preoccupazione da Mattarella, non fosse altro per le ripercussioni che si possono scaricare sulla tenuta del Governo Gentiloni.

Intanto i vincitori delle elezioni hanno immediatamente iniziato a tirare per la giacchetta il presidente. Sia Salvini che Di Maio rivendicano il diritto all’incarico per tentare di formare il Governo. Richiesta ad oggi prematura ed irricevibile per il Quirinale che da settimane ripete ai partiti che non è il presidente a dover indicare la strada delle alleanze ma tocca alle forze politiche. Che non è il presidente a decidere il Governo ma che saranno le forze parlamentari a farlo. Nessuno si nasconde dietro un dito negando la potenza dell’azione presidenziale in questa fase e certamente Mattarella non rimarrà spettatore inerte. Ma è evidente che questa deve essere una finestra di riflessione esterna al Quirinale, dove rimane fermo il principio che avrà l’incarico chi dimostrerà di avere più chance di portare a casa il risultato. La crisi si annuncia anche per il Colle complessa e ci si prepara a tempi lunghi.