Rapporto deficit-pil, i paletti del Patto di stabilità

Bruxelles – Il dibattito su quanto avvicinarsi al tetto del 3% di deficit rischia di far passare in secondo piano il vero indicatore che la Commissione europea andrà a guardare quando dovrà valutare la manovra italiana, e cioè il deficit strutturale. E’ sul saldo strutturale che Bruxelles ha chiesto uno sforzo, o correzione, di almeno lo 0,3% per rispettare pienamente le regole. Ed è questo numero che il ministro dell’economia Giovanni Tria sta negoziando con Bruxelles. All’ultimo Ecofin informale a Vienna, sebbene non si siano messi numeri nero su bianco, a Tria è stato recapitato un messaggio conciliante che andava incontro all’Italia il più possibile: anche uno sforzo minimo, ad esempio di 0,1%, potrebbe portare ad un rispetto accettabile delle regole. Fino a che livello possa salire il deficit nominale, rispettando allo stesso tempo quella riduzione richiesta del deficit strutturale, è difficile dirlo senza conoscere la composizione della spesa che sarà nella prossima manovra. Perché, per definizione, il deficit strutturale dipende dalla spesa ricorrente, quello nominale anche dalle una tantum. Alzare il deficit nominale di qualche punto non sarebbe quindi vietato a prescindere, visto che l’Italia viaggia ben sotto il 3%. Ma bisognerebbe allo stesso tempo trovare il modo di fare quegli interventi strutturali che facciano scendere il debito. Entrate una tantum, ad esempio, non sarebbero accettate dalla Commissione.

Attualmente, nel Def presentato a politiche invariate a maggio scorso dal Governo uscente compare un target dello 0,8% tendenziale del rapporto deficit/Pil per il 2019. La Commissione, a luglio scorso, ha invece previsto un deficit all’1,7%. Tria ha individuato nell’1,6% il target da difendere, che concilierebbe la manovra espansiva con lo sforzo minimo chiesto dall’Europa.

LA MANOVRA – Una manovra da 28-30 miliardi, dentro le pensioni e il reddito di cittadinanza e fuori, ma solo per il momento, il taglio delle tasse per le famiglie, rinviato al prossimo anno per dare un segnale più incisivo. Gli staff economici dei due partiti di maggioranza proseguono nel lavoro di composizione della prossima legge di Bilancio e stanno restringendo il campo per evitare sforamenti dei conti.

L’IRA DI TRIA, NON SI PUO’ ANDARE OLTRE SUL DEFICIT – L’ennesimo avvertimento del vicepremier Luigi Di Maio a trovare le risorse per il reddito di cittadinanza irrita assai il ministro, ma non cambia la sostanza. Nel vertice di governo di lunedì sera il titolare del Mef lo ha spiegato chiaro: non è scontato, ad oggi, neanche che l’Ue conceda all’Italia di portare all’1,6% il rapporto deficit/Pil, l’asticella – ha spiegato – rischia di fermarsi all’1,5%. C’è chi stima che ci si possa spingere all’1,7% ma uno 0,1% in più porterebbe meno di due miliardi, non abbastanza per fare quello che chiede Di Maio, finanziare il reddito di cittadinanza a 780 euro al mese per 5 milioni di persone (mancano anche risorse per una platea più ridotta). Il ministro dello Sviluppo, pressato da un Movimento sempre più insofferente, ormai lo dice apertamente: se non arriveranno risorse per pensioni e reddito di cittadinanza già nel 2019, è in gioco la tenuta stessa del governo. Ad alzare a livelli mai visti prima la tensione sarebbero stati – a quanto riferiscono fonti di M5s e Lega – alcuni passaggi del vertice di Palazzo Chigi, due in particolare. Il primo: Tria propone al M5s di aggiungere un miliardo ai fondi per finanziare il reddito di inclusione varato dai governi Pd. Il secondo: Giancarlo Giorgetti sostiene che, a risorse risicate, si può puntare tutto sulle pensioni (con quota 100) che sono tema comune a M5s e Lega. Non esiste, è la risposta pentastellata: il reddito di cittadinanza deve partire entro le europee. Di Maio nega di aver chiesto le dimissioni di Tria, ma la dichiarazione con cui gli intima, “se è un ministro serio”, di trovare le risorse, risuona come un avvertimento. Che non sembra smuovere il ministro considerato dai mercati il garante della tenuta dei conti e di sicuro tra i più vicini al Colle, notano fonti parlamentari, che considerano Mattarella un argine per Tria negli attacchi che riceve dal governo. “Così è Di Maio ad andare a sbattere”, dicono fonti di maggioranza. E nel silenzio del premier Giuseppe Conte, che prova una difficile mediazione tra Tria e il M5s, in serata fonti leghiste prendono le distanze dalle parole del leader M5s: “gli attacchi a Tria sono solo dei Cinque stelle – dicono – noi teniamo una linea responsabile attenendoci al contratto di governo e rinviando la flat tax”.

A irritare le truppe pentastellate, in particolare l’area governista più vicina a Di Maio, è che nella maggioranza la Lega ostenti la tranquillità di passare all’incasso su una misura spendibile nella campagna elettorale come quota 100. C’è il sospetto che gli uomini di Matteo Salvini, mentre formalmente tenevano una linea unitaria nel governo, abbiano giocato di sponda con Forza Italia (e in questo caso anche il Pd) portando avanti una candidatura alle Olimpiadi di Milano e Cortina che taglia fuori Torino (e dunque il M5s): è vero che le risorse le metterebbero le regioni e questo libererebbe 600 milioni in manovra ma – notano – la garanzia deve metterla il governo. Avanti di questo passo il rischio per il leader pentastellato è portare a casa un bottino magro e un risultato deludente alle europee che ne metterebbe in discussione la leadership, dal momento che l’ala ortodossa del Movimento sembra attenderlo alla prova dei fatti. Perciò nelle prossime settimane Di Maio e i suoi sono pronti a giocarsi il tutto per tutto. Rilanciano cavalli di battaglia M5s come le pensioni d’oro e il taglio dei vitalizi anche ai consiglieri regionali (o – è la minaccia – tagliamo fondi alle regioni in manovra). Ma il muro di Tria per ora non sembrano scalfirlo.