Niente maggioranza assoluta per May, ‘hard Brexit’ più lontana

Londra – Le elezioni politiche in Gran Bretagna non hanno consegnato la maggioranza assoluta al Partito Conservatore di Theresa May, che vede così sfumare una ‘hard Brexit’. Punito anche l’Ukip anti-Ue, che sparisce dal Parlamento. La premier uscente ha infatti ottenuto 318 seggi, confermandosi comunque primo partito nel Regno Unito, ma perdendone 12. Il Labour di Jeremy Corbyn, autore di una progressiva rimonta sui Tory durante la campagna elettorale, ha ottenuto 262 seggi (30 in più di quelli detenuti nell’ultima legislatura), uscendo rafforzato dalle consultazioni e confermando i pronostici della vigilia, che lo davano più vicino alla May di quanto non fosse all’annuncio delle elezioni anticipate indette dalla stessa premier. Brusca frenata per gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party (Snp) di Nicola Sturgeon, che hanno perso 21 deputati, fermandosi a 35. Dodici seggi ai Liberal Democrats (+4), mentre gli unionisti nordirlandesi del Dup hanno ottenuto 10 seggi (+2). Disfatta per l’Ukip che, senza Nigel Farage, perde anche l’unico seggio che aveva a Westminster e crolla sotto il 2% dei voti (-10,8%): il leader, Paul Nuttall, ha annunciato le proprie dimissioni.

In termini percentuali, confermato sia per i Conservatori di Theresa May, sia per i Laburisti di Corbyn il raggiungimento della barriera del 40%, vicino ai picchi storici dell’era Thatcher-Major e dell’era Blair. I primi sono al 42,4% (+5,5% dal 2015), i secondi al 40% (addirittura + 9%). Quanto agli altri partiti, il Liberali e Democratici filo-Ue, pur riconquistando qualche deputato, restano al palo con un 7,4%, cioè 0,5% meno del già deludente risultato incassato nel 2015 dall’ex leader Nick Clegg (sostenitore del fronte anti-Brexit, ora neppure rieletto ai Comuni). In flessione anche gli indipendentisti scozzesi dell’Snp, che scendono al 3% nazionale (-1,7%).

Ecco come cambia ora il Parlamento di Westminster e la distribuzione dei 650 seggi nella nuova Camera dei Comuni:

Conservatori: i Tory della premier Theresa May, con il 42,4% dei consensi, ottengono 318 seggi senza raggiungere la maggioranza assoluta di 326. Rispetto al 2015, ne perdono 12.

Labour: i laburisti di Jeremy Corbyn (40%) avranno 262 deputati (dato aggiornato dopo l’assegnazione dell’ultimo collegio di Kensington), con un balzo di 30 in più.

Scottish National Pary (Snd): gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon, con il 3% dei voti, si fermano a 35 seggi (-21).

Liberal Democrats: ottengono il 7,4% e 12 deputati, 4 in più rispetto al 2015.

Democratic Unionist Party (Dup): agli unionisti nord-irlandesi vanno 10 seggi (+2), sui quali conta May per governare.

Sinn Fein: i repubblicani nord-irlandesi avranno 7 seggi (+3).

Plaid Cymru: gli indipendentisti gallesi 4 (+1).

Green Party: i Verdi tornano in parlamento con 1 seggio.

– L’Ukip, euroscettico e protagonista con Nigel Farage del referendum per la Brexit, sparisce, perdendo il suo unico seggio a Westminster. Scompaiono anche il Social Democratic & Labour Party (-3 seggi) e l’Ulster Unionist Party (-1 seggio).

Theresa May resta alla guida del Partito Conservatore e ha annunciato la volontà di formare un nuovo governo con il sostegno degli unionisti nord-irlandesi del Democratic Unionist Party, favorevoli alla Brexit ma a patto di proseguire con negoziati più amichevoli tra Whitehall e Bruxelles per il timore di un ritorno ai confini con l’Irlanda e di scontri violenti tra unionisti e indipendentisti all’interno dell’Irlanda del Nord. L’appoggio del Dup è indispensabile a garantire una maggioranza in Parlamento, ma l’ipotesi dell’hung Parliament si è fatta reale, con un Parlamento senza una chiara e forte maggioranza, a 10 giorni dall’avvio delle trattive con l’Ue.

L’affluenza è stata record: grazie soprattutto al voto giovanile trascinato da Jeremy Corbyn, il dato ufficiale si attesta al 68,7%: mai così alto dal 1997.

Dopo il voto del 2015 e il referendum che ha decretato il divorzio da Bruxelles nel 2016, i cittadini britannici erano stati richiamati alle urne dalla premier Theresa May il 18 aprile con l’obiettivo di accrescere il peso Tory in Parlamento e potere negoziare solidamente al tavolo con l’Ue e su tutti i dossier che incombono, dalle incognite sull’economia all’allarme terrorismo.

May ha ammesso di non aver raggiunto l’obiettivo. “Puntavo a una maggioranza più ampia e il risultato non è stato ottenuto”, ha affermato alla Bbc, dichiarandosi “dispiaciuta” verso “i candidati, i deputati uscenti e i sottosegretari” non rieletti che “non meritavano di perdere il seggio”.

I risultati del voto influiranno ora sulla Brexit. “La ‘hard Brexit’ è finita nel cestino della spazzatura stanotte. Theresa May sarà probabilmente uno dei primi ministri con il mandato più breve della nostra storia”, ha fatto sapere Itv news l’ex cancelliere dello scacchiere, il conservatore George Osborne, contrario all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Il riferimento va anche alla linea meno rigida sostenuta dai Dup, alleati per la nuova maggioranza Tory.

Per quanto riguarda i membri del governo uscente, il ministro degli Interni e fedelissima della premier, Amber Rudd, è stata rieletta nel collegio di Hastings and Rye con una risicata maggioranza di 346 voti, un crollo rispetto ai 4.796 consensi del 2015. Oltre alla Rudd, confermati i ministri chiave: il ministro degli Esteri Boris Johnson, il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, il ministro della Brexit David Davis e il ministro della Difesa Michael Fallon resteranno al loro posto.
Delusioni invece per il co-autore del programma della premier, Ben Gummer, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Con lui, non sono stati rieletti altri 8 sottosegretari: Jane Ellison, sottosegretario al Tesoro; James Wharton, allo Sviluppo internazionale; Gavin Barwell, sottosegretario all’Edilizia; Robin Wilson, alla Cultura; Nicola Blackwood e David Mowat, alla Sanità; Simon Kirby, al Tesoro, e Edward Timpson, all’Istruzione. Sono poi seguite le dimissioni dei due consiglieri della May, Nick Timothy e Fiona Hill.

All’annuncio dei primi exit poll da parte della BBC 45 minuti dopo la chiusura delle urne, la sterlina è crollata e ha continuato per tutta la giornata successiva al voto a ritoccare i minimi fatti registrare nell’aprile 2016, dopo il referendum sulla Brexit, scendendo fino a 1,2650 sul dollaro e 0,883 sull’euro. È stato il peggior calo dallo scorso ottobre: oltre il 2%, che rappresenta uno scossone molto netto per le dinamiche del mercato valutario. Ulteriore indebolimento della moneta britannica anche sullo yen a 139,9.