L’ultradestra in Europa, a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino

Roma – A 30 anni esatti dalla caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, in Germania sembra avere ancora effetto la rimozione del passato nazista operata dal regime comunista che considerava “fascista” solo l’Occidente capitalista: all’Est l’indignazione per l’estrema destra è molto meno diffusa che all’Ovest. Così, mentre nella parte occidentale della Germania il partito di ultradestra Alternative fuer Deutschland  (Afd) raccoglie poco più dell’11% dei voti, come avvenuto alle scorse Europee, in Sassonia alle regionali del settembre scorso ha triplicato i voti al 27,5%, stabilendo il proprio record assoluto per qualsiasi tipo di elezione. E proprio nel capoluogo della regione, Dresda, di recente è stato proclamato lo ‘stato d’emergenza nazismo’. La risoluzione approvata dal Consiglio comunale della città dell’ex Ddr motiva il ‘Nazinotstand’ con il fatto che “azioni e atteggiamenti antidemocratici, anti-pluralisti, contrari all’umanità e di estrema destra che arrivano fino alla violenza vengono apertamente alla luce a Dresda, in maniera sempre più forte”.  Un exploit, quello di Afd in Sassionia, avvenuto in parallelo con l’affermazione in due altre regioni della ex Ddr: il primo settembre in Brandeburgo (raddoppio al 23,5%) e, a fine ottobre, in Turingia (anche lì voti duplicati, al 23,4%). Anche se cerca di prendere le distanze dal neonazismo, l’Alternativa per la Germania è spesso sotto i riflettori dei media per dichiarazioni e atti contigui all’estrema destra e all’antisemitismo attribuiti a suoi esponenti.

IN EUROPA – Alle Europee di maggio, però, l’onda dell’ultradestra destinata a travolgere i partiti tradizionali in Europa alla fine non è arrivata. Anzi, a partire dal deludente risultato alle elezioni continentali del 27 maggio, è iniziata una ritirata. Molte previsioni, alla vigilia del voto europeo, indicavano la costituzione di un parlamento rivoluzionato a Strasburgo. Con il sigillo di un movimento che negli ultimi anni aveva guadagnato consensi in tutto il continente con parole d’ordine molto chiare, a partire dalla critica alla burocrazia comunitaria ed ai vincoli di bilancio, la difesa degli interessi nazionali ed il rifiuto dei migranti. I segnali c’erano, con partiti tutti più o meno in grande spolvero: dalla Lega in Italia al Rassemblement National in Francia, passando per l’Afd in Germania. Senza dimenticare lo strapotere di Viktor Orban in Ungheria, che per respingere i profughi aveva issato un recinto lungo i suoi confini. Invece è accaduto che i partiti filoeuropei, pur nelle loro differenze, il 27 maggio hanno ottenuto i due terzi dei seggi. E la perdita di consensi dei popolari e socialisti, che si sono sempre alternati alla guida delle istituzioni a Bruxelles, è stata compensata dal successo di Verdi in molti Paesi. Quanto ai populisti, i risultati sono stati agro-dolci, ma comunque al di sotto delle aspettative. Il gruppo di cui fanno parte Matteo Salvini e Marine Le Pen ha sì ottenuto maggiori consensi rispetto al 2014, ma non abbastanza da modificare gli equilibri del potere a Bruxelles. Al contrario, il blocco tradizionale ha creato un cordone sanitario per escluderli dai posti chiave della nuova legislatura.

La ritirata dei populisti si è poi riproposta, in diversi modi, anche su scala nazionale. In Italia, ad esempio, la Lega non è riuscita a capitalizzare i consensi crescenti, perché la crisi di governo provocata da Salvini non ha portato a elezioni anticipate, come lui auspicava, ma ad un esecutivo M5s-Pd. Con il risultato che il Carroccio è uscito dalla stanza dei bottoni.
Negli altri paesi europei, invece, il declino dell’estrema destra è stato certificato dalle urne. In Grecia, alle elezioni politiche di luglio, Alba Dorata ha proseguito nella sua caduta libera, iniziata con il voto amministrativo e quello europeo. Lo stesso è accaduto in Danimarca, a settembre, dove alla vittoria della sinistra ha fatto da contraltare il crollo del Partito del Popolo, formazione nettamente anti-europeista. La debacle del Fpoe in Austria, per adesso, chiude il cerchio su un movimento che si aspettava di far rinascere un’Europa delle nazioni sulle ceneri dell’Ue, e che invece dovrà restare ancora alla finestra.