L’Ue punta all’intesa sul Recovery Fund a luglio ma il Nord frena

BRUXELLES – Il negoziato sul Recovery fund è ufficialmente partito, l’obiettivo è chiudere entro luglio ma gli ostacoli sono tanti e gli schieramenti i soliti, trincerati a difesa dei loro paletti. Per l’Italia è inaccettabile scendere al di sotto della proposta della Commissione, per i frugali del Nord inaccettabili sono le sovvenzioni, per i Visegrad il sistema di distribuzione. E tutti i critici mettono in discussione anche l’ammontare complessivo, cioè quei 750 miliardi di euro che comportano un aumento consistente di risorse proprie, da coprire con nuove tasse comuni a cui nessuno si vuole vincolare. Fondi che comunque arriveranno non prima del 2021.

Come minimo servirà un altro vertice europeo, a metà luglio, per cercare di raggiungere un compromesso. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che vede “emergere un consenso” ma invita a non sottovalutare le difficoltà, ha già annunciato che si terrà a Bruxelles, con la presenza fisica di tutti che, si spera, aiuterà la complessa trattativa. A luglio ci sarà anche un’altra forte spinta all’accordo: la cancelliera tedesca Angela Merkel sarà la presidente di turno dell’Unione, e ha già detto che vuole un’intesa veloce. Assieme alla presidente della Bce, Christine Lagarde, ha cercato di dare il senso dell’urgenza a tutti gli altri leader europei, parlando di “conseguenze molto dure della crisi”, e di mercati, per ora calmi, in attesa delle necessarie decisioni di stimolo all’economia. Ora tocca a Michel costruire il negoziato, aggiungendo dettagli alla proposta della Commissione sul Recovery e sul bilancio 2021-2027.

Come sottolinea il premier Giuseppe Conte, si tratta infatti di un unico pacchetto indivisibile. Questo perché, se gli altri lasceranno intatti i 173 miliardi italiani del Recovery fund, Roma potrebbe avere “un atteggiamento più flessibile su alcuni aspetti del Qfa (il bilancio Ue), ad esempio quelli che appaiono più anacronistici come i rebates”.

Secondo i diplomatici, un negoziato aperto su tutti gli aspetti dovrebbe rendere più semplice aggiustare le poste per accontentare tutti. Non devono quindi spaventare le rigidità dei vari gruppi, ribadite con fermezza nel vertice di oggi. I nordici (Olanda, Danimarca, Austria e Svezia) continuano a dirsi favorevoli alla solidarietà con i più colpiti, ma contrari alla condivisione dei debiti, alle sovvenzioni a fondo perduto, e vogliono un legame molto stretto tra riforme e aiuti sotto forma di prestiti. “Vogliamo aiutare, ma gli altri devono aiutare loro stessi” mettendo la loro casa “in ordine”, ha sintetizzato il premier olandese Mark Rutte, che durante il vertice ha espresso apprezzamento per il piano italiano di riforme. “Un piano che consenta non di ripristinare la situazione pre-Covid-19 ma di migliorare il livello di produttività e di crescita economica”, ha assicurato Conte. I Visegrad (Ungheria, Cechia, Polonia e Slovacchia) invece continuano a sentirsi poco considerati dalla proposta della Commissione, e quindi chiedono che si cambi il criterio di distribuzione dei fondi, perché la disoccupazione degli ultimi 5 anni non è un parametro che aiuta davvero chi è stato più colpito dalla crisi, che risale soltanto agli ultimi mesi. Ma il gruppo non ha fatto muro, anzi, si è dimostrato dialogante e disposto al compromesso. Purché, ha sottolineato il premier polacco Mateusz Morawiecki, si abbandoni l’idea di aumentare la tassa sulle emissioni per ‘fare cassa’ e aumentare le risorse proprie. Per la Polonia, ancora molto dipendente dal carbone, sarebbe un salasso.

La trattativa in mano a Michel, insomma, non è impossibile, perché tutti hanno qualcosa da guadagnare con un accordo rapido. Inoltre, se da luglio qualcuno comincerà a chiedere anche i fondi del Mes, il negoziato potrebbe persino diventare più semplice, perché l’Europa avrebbe dimostrato che la prima linea di difesa funziona, ed ora è tempo di costruire la seconda.

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