Lombardia e Veneto, sì all’autonomia: 23 materie per la trattativa con lo Stato

Milano – Vittoria del sì ai referendum costituzionali per l’autonomia in Lombardia e Veneto. Un risultato che fa esultare la Lega Nord, nonostante i dati evidenzino una netta affermazione nella regione guidata da Luca Zaia rispetto alla Lombardia presieduta da Roberto Maroni, e da sempre ‘cuore’ del Carroccio (60% contro 40% sull’affluenza).

In Veneto, il sì ha prevalso con il 98,1%: è il dato definitivo diffuso nel sito del Consiglio Regionale. I no sono stati l’1,9%, ovvero 43.938. Ad andare ai seggi sono stati 2.328.949 elettori, pari al 57,2%. I voti validi sono stati 2.317.923, le schede bianche 5.165 pari allo 0,2%, le schede nulle 5.865 pari allo 0,3% e quelle contestate 9. In Lombardia, comunica la Regione sul proprio sito, sono stati 3.010.434 i lombardi che hanno votato al referendum per l’autonomia. 95,29% i sì; 3,94% i no, e 0,77% le schede bianche. Al voto sono andati il 38,25% degli elettori. La provincia in cui si è votato di più è stata Bergamo, con il 47,37%, quella con l’affluenza più scarsa la città metropolitana di Milano con il 31,20%.

IL REGIONALISMO DIFFERENZIATO – “L’unica cosa che posso dire è che i referenda” in Lombardia e Veneto “si sono svolti nell’ambito della Costituzione italiana”, ha fatto sapere da Bruxelles il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, rimarcando la differenza tra i due referendum italiani e quello della Catalogna. In Lombardia e Veneto, inoltre, la domanda non riguardava l’indipendenza: in entrambe le regioni i cittadini sono stati chiamati a esprimersi sul cosiddetto “regionalismo differenziato”, ossia la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di vedersi attribuite “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (come recita l’Articolo 116 della Costituzione) in alcune materie indicate nel successivo Articolo 117. Il Sì era per chiedere la possibilità che le Regioni chiedano di intraprendere il percorso istituzionale per ottenere maggiori competenze dal Governo; il No era contrario all’iniziativa. In Lombardia non era previsto un quorum, ossia un numero minimo di votanti, mentre in Veneto sì: affinché la consultazione fosse valida, nella regione governata da Luca Zaia era necessario il voto della metà più uno dei 4.068.558 aventi diritto, 2.034.280 elettori.
In Lombardia il quesito era: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”.
Più stringata la domanda in Veneto: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Un’altra differenza tra le due Regioni è stata il sistema di voto: elettronico in Lombardia (è la prima volta in Italia), tradizionale con scheda di carta e matita in Veneto. Gli elettori lombardi hanno trovato nella cabina una “voting machine”, un dispositivo simile a un tablet che sullo schermo touch screen riportava il testo integrale del quesito referendario.

VENETO – In ‘casa’ del Carroccio la vittoria del sì riporta sotto i riflettori Luca Zaia che, forte del successo nella sua regione, come uno dei possibili leader per la guida del centrodestra: “Non esiste il partito dell’autonomia, ma dei veneti che si esprimo su questo concetto”, ci tiene a precisare lo stesso Zaia. “Vincono i veneti – ha aggiunto – il senso civico dei veneti del ‘padroni a casa nostra’. Nell’alveo della Costituzione si possono fare le riforme”.

Una vittoria senza margini di dubbio quella del governatore leghista, che con il 57,9% di affluenza – ben oltre il quorum del 50%+ uno – ha ‘trascinato’ anche la Lombardia nel successo autonomista. Il quorum, vigente solo in Veneto per statuto, era il vero target di Zaia. Invece il politico trevigiano, vero recordman di preferenze – è stato eletto presidente con il 60% nel 2010, riconfermato con il 50,4% nel 2015 – ha fatto ancora strike.

Le province a trazione leghista, Vicenza, Padova, Treviso, e anche Verona, si sono recate alle urne in gran numero, superando nell’affluenza anche recenti referendum nazionali. Il dato è stato inferiore solo al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, che aveva registrato in Veneto il 76,7% dei votanti. Emblematico il caso del paese di San Pietro Mussolino, con un’affluenza del 75.1% e quasi il 99% di sì.

LOMBARDIA – Quattro elettori su dieci sono andati a votare al referendum consultivo per l’autonomia della Lombardia. E il 95% ha detto Sì al quesito. Non è risultato pieno come quello del Veneto, e gli avversari glielo hanno subito fatto notare. Ma Roberto Maroni si è detto “soddisfatto”, perché ora può partire la fase negoziale col Governo. “Ringrazio i tre milioni di lombardi, che mi hanno dato un
mandato storico per avere la vera autonomia, nell’ambito dell’unità nazionale”, ha spiegato il governatore leghista, visibilmente emozionato, in una conferenza stampa a Palazzo Lombardia dopo la mezzanotte. Maroni ha riconosciuto che in Veneto “il senso di appartenenza è  indubbiamente più forte”. Ma, ha aggiunto, “non faccio la competizione con Zaia, non mi interessa la percentuale, sono contento che ci abbia superato, ora possiamo unire le forze per la battaglia del secolo”. Maroni fa leva su quel 95% di consensi al Sì, e considera un successo anche l’affluenza attorno al 40%. Che, ha sottolineato, “è stata ampiamente superiore alle mie previsioni del 34%: qualcuno dirà che non basta? Non mi interessa. Non sono affatto deluso. Sono felice”.

“Abbiamo avuto delle criticità dovute alla novità” del voto elettronico, ha sostenuto Maroni, “ma la grande soddisfazione è che sono state tutte risolte e che il sistema ha funzionato in piena sicurezza, i paventati attacchi hacker non si sono visti”.

IL SIGNIFICATO POLITICO DEL Sì E LE REAZIONI – L’affermazione dei sì rinsalda anche l’asse tra la Lega Nord e Forza Italia e rafforza l’idea di Silvio Berlusconi che un centrodestra unito possa avere chance di vittoria. Un percorso però da costruire vista la contrarietà di Giorgia Meloni alla consultazione popolare appena conclusa. Chi ne può beneficiare è sicuramente Matteo Salvini: “Cinque milioni di persone chiedono il cambiamento alla faccia di Renzi che invitava a stare a casa”, ha esultato il leader della Lega. In attesa che il Carroccio faccia i conti con la competizione interna, Silvio Berlusconi incassa il ritrovato asse con la Lega e si prepara al prossimo appuntamento e cioè le elezioni siciliane, altro snodo fondamentale prima delle politiche. Anche gli azzurri, come dice Renato Brunetta, esprimono “grande soddisfazione per il risultato”. Critico invece il partito di Giorgia Meloni: la leader di Fdi nel corso delle settimane passate non ha mancato occasione per prendere le distanze dalla consultazione popolare e dagli alleati: “In una nazione – ribadisce – le riforme costituzionali si fanno insieme e non a pezzi per l’interesse di tutti e non per assecondare l’interesse particolare”.

“Guardo con interesse, rispetto, disponibilità alla discussione aperta dai referendum sul tema dell’autonomia. Sono disposto a fare dei passi in avanti”, ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, avvertendo, però: “non abbiamo bisogno di ulteriori lacerazioni sociali ma bisogna ricucire le lacerazioni che la crisi ha provocato”. “Il Governo è pronto a un confronto di merito con le regioni su queste funzioni – ha detto Gentiloni – per avere regioni più efficienti. E questo è possibile anzi è probabile”. Il premier si è detto pronto a portare avanti una discussione “nei limiti fissati dalle leggi e dalla Costituzione”. “Si discute di come far funzionare meglio l’Italia – ha puntualizzato – e non dell’Italia. Il governo su questo ha la massima apertura ed è aperto al confronto”.

Esulta, invece, il Movimento Cinque Stelle, da sempre sostenitore della democrazia diretta: “Autonomia e partecipazione sono da sempre le stelle polari del M5S. I cittadini di Lombardia e Veneto hanno partecipato, votato e deciso: non possono rimanere inascoltati”, scrive invece il blog di Beppe Grillo. “Chi parla di truffa o di soldi buttati fa a pugni con un dato numerico eloquente”, attacca il blog secondo il quale “al Pd il voto popolare non piace”. Un attacco frontale poi al Carroccio: “L’affluenza lombarda – ha detto Stefano Buffagni, M5S, che era per il Sì – è stata sopra le aspettative, nonostante la strumentalizzazione di Maroni. L’atteggiamento scorretto di tutta la Lega Nord ha scoraggiato molti cittadini che per mesi hanno sentito parlare di residuo fiscale, che con questo referendum non c’entra niente”.

“Il risultato in Lombardia e, soprattutto, in Veneto non va minimizzato”, ha detto Matteo Renzi, segretario del Pd che si era schierato per l’astensione ai due referendum considerati “inutili”. L’ex premier ha scritto su Facebook che “il messaggio è serio: si chiedono più autonomia e più efficienza, maggiore equità fiscale, lotta agli sprechi a livello centrale e periferico”. Caustico il commento del capogruppo del Pd in Lombardia, Enrico Brambilla, che era schierato per l’astensione: “E’ stato messo in campo uno sforzo straordinario, organizzativo e di risorse, per poi verificare che su sette milioni e mezzo di lombardi più di quattro se ne sono stati a casa. Vedo che c’è in giro un po’ di soddisfazione, ma per lo scampato pericolo”.

IL REFERENDUM: LE 23 MATERIE DELL’AUTONOMIA E L’ITER – Con la vittoria del Sì, Lombardia e Veneto possono ora avviare una trattativa con il governo centrale per ottenere maggiori competenze nelle 20 materie concorrenti (tra queste spiccano il coordinamento della finanza pubblica e tributario, lavoro, energia, infrastrutture e protezione civile) e in tre esclusive dello Stato: giustizia di pace, istruzione e tutela dell’ambiente e dei beni culturali. L’intesa tra lo Stato e la Regione interessata dovrà poi concretizzarsi in una proposta di legge che dovrà essere approvata a maggioranza assoluta da entrambe le Camere. Gli eventuali nuovi trasferimenti di competenze non produrranno in alcun modo la nascita di nuove regioni a statuto speciale, per le quali servirebbe una modifica costituzionale. Le materie sulle quali è possibile trasferire maggiore autonomie alle regioni sono dunque 23.

Nessuna possibilità di autonomia fiscale è, invece, possibile per le Regioni, dal momento che l’articolo 117 della Costituzionale elenca “moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; perequazione delle risorse finanziarie” tra le materie di competenza esclusiva dello Stato.

“Noi chiediamo tutte le 23 materie, lo dico subito, e i nove decimi delle tasse” ha puntualizzato Zaia a urne ancora calde. “Diventerà il nostro contratto che proporremo al Governo” ha aggiunto Zaia, ammonendo: “Io credo che a Roma si rendano conto di quello che sta avvenendo”.
Il primo a rispondergli è stato uno dei suoi maggiori oppositori nel Governo, il sottosegretario Gianclaudio Bressa, che ha sempre sostenuto “l’inutilità” dei referendum, dato che il tavolo sul “regionalismo differenziato” si può aprire semplicemente i sensi dell’art. 116 della Costituzione, come fatto dall’Emilia-Romagna. “L’esito del referendum in Lombardia e Veneto – ha detto Bressa – conferma l’importante richiesta di maggiore autonomia per le rispettive regioni. Il governo, come ha sempre dichiarato anche prima del voto, è pronto ad avviare una trattativa”.

RISCHIO FORTI TENSIONI FRA LE REGIONI, ATTENZIONE A DERIVA CATALOGNA – Il dopo-referendum sull’autonomia in Lombardia e Veneto apre scenari incerti che prefigurano un confronto tra governi regionali forti e un governo centrale debole, col rischio di “concessioni immotivate” e “tensioni fortissime” tra le Regioni. E’ l’opinione del costituzionalista Stefano Ceccanti. Aspetti da non sottovalutare, soprattutto guardando alla Catalogna, dove “la spinta secessionista si è sviluppata anche a causa dell’indebolimento del Governo centrale”. “Il fatto che alcune Regioni si sentano in grado di gestire meglio determinate materie – osserva Ceccanti – non è affatto un male e può concretizzarsi. Tra altro l’esito referendario indica che questo è quel che pensa gran parte degli elettori di Veneto e Lombardia. Anche se, va detto un ruolo lo hanno giocato senz’altro alcune presentazioni demagogiche, come il poter avere indietro il 90% del prelievo fiscale, cosa impossibile”. Queste aspirazioni si incrociano con “la logica del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione”, quello su cui poggiano i referendum di Veneto e Lombardia e che permette, attraverso una legge dello Stato, di concedere più autonomia alle Regioni in determinati ambiti. “Quest”articolo – spiega il costituzionalista – punta a diversificare deve è opportuno, non a uniformare su un livello diverso. Per capirci, esattamente il contrario di quanto sostiene Berlusconi quando invita tutte le Regioni a chiedere tutti i poteri, dal momento che è assai improbabile che tutte le Regioni siano in grado di gestirli”. Secondo Ceccanti, “governare un regionalismo differenziato è più complesso che governarne uno più uniforme, richiede un equilibrio istituzionale tra Governi regionali e centrale. Oggi i primi sono, come detto, fortissimi. Il Governo nazionale, invece, è molto debole perché, fallito il referendum costituzionale di dicembre, non si è potuto dare corso a determinate riforme, e permangono il meccanismo della doppia fiducia e il processo di riproporzionalizzazione dei sistemi elettorali. Nella riforma costituzionale, inoltre, erano previste condizioni oggettive che restringevano la possibilità di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione”.
“C’è il rischio o che, per timore, non si faccia niente, con la conseguenza di frustrare le richieste delle popolazioni, tanto più dove queste sono supportate da un referendum; o di cedere e di fare concessioni immotivate alle Regioni”, spiega il costituzionalista. In entrambi i casi ne deriverebbero tensioni fortissime tra Regioni”. In altri termini “è difficile gestire razionalmente un processo di questo tipo senza rafforzare prima le istituzioni del Governo nazionale. Non basta voler evitare la Catalogna per evitarla davvero“.