Il Pil dell’Unione europea al top da 10 anni, ma l’inflazione non risponde

Roma – La crescita dell’Eurozona continua a correre, chiudendo il 2017 con un’espansione del 2,5%, mai così forte dal 2008, e trainata non solo dalla locomotiva tedesca ma anche dai risultati solidi di Francia e Spagna. Ma l’inflazione continua a deludere, mettendo la Bce di fronte a un bel dilemma. Il Pil dei Diciannove è cresciuto dello 0,6% nel quarto trimestre, (+2,7% su anno), che promette bene per il 2018 e chiude l’intero anno passato con un +2,5%. Un risultato che archivia il decennio della grande crisi e, di fatto, supera gli Usa di Donald Trump che ora contano su una rivincita con il pacchetto fiscale. Un risultato favorito da una politica di bilancio, e soprattutto dall’espansione monetaria della Bce, che rende molti economisti entusiasti per l’effetto ‘trascinamento’ che si avrà sul 2018.

Lorenzo Codogno, di LC Macro Advisors, scrive che “la crescita dell’Eurozona probabilmente continuerà a un tasso dello 0,6-0,7% nel breve termine, facendo decisamente intravedere un risultato del 3% per l’intero anno”. Purché non ci siano “shock geopolitici o un’inatteso cambio di direzione nello scenario globale”, e purché “l’Italia non rovini la festa”: il riferimento è al voto del 4 marzo con tutte le sue incognite e agli indici di fiducia pubblicati dall’Istat, con quella dei consumatori caduta di un punto a gennaio e quella delle imprese in decisa correzione, a 105,6 da 108,7. Potrebbe essere una battuta d’arresto temporanea per la Penisola, che rimane fanalino di coda (le stime delle istituzioni principali danno un +1,4-1,5%), stando agli indici Pmi molto robusti.

E non corre la sola Germania: la Francia di Emmanuel Macron mette a segno un +1,9% nel 2017, il risultato migliore dal 2011, la Spagna, nonostante le scosse della Catalogna, il governo fragile e gli strascichi della crisi bancaria, chiude con un +3,1% il suo quarto anno di crescita significativa.

L’unico assente, e non è detto che si tratti di un dato mal visto nei Paesi ad alto debito, è l’inflazione che non risponde all’appello. Fermi all’1,4% per l’Eurozona (l’obiettivo della Bce è appena sotto il 2%), i prezzi segnano per il secondo mese consecutivo una frenata in Germania (1,4% contro attese per +1,6%). Numeri che non faranno che confermare la posizione prudente della Banca centrale europea, che nonostante il ritrovato attivismo dei ‘falchi’ tedeschi e olandesi, secondo la Bloomberg sarebbe orientata a ritirare gradualmente il quantitative easing, il programma di acquisto di bond, gradualmente nell’arco di tre mesi fino a fine 2018. Una chiusura morbida del ‘Qe’ che potrebbe essere rafforzata, se non diluita ulteriormente, dai tremori che cominciano ad avvertirsi a Wall Street (in due giorni la Borsa dei record segna il calo più forte da agosto) e dal rafforzamento dell’euro fino a 1,24 dollari indotto da Washington, di fronte al quale la Bce potrebbe non restare con le mani in mano.