Il nuovo governo socialista spagnolo, dallo tsunami politico alla solidarietà sui migranti

BRUXELLES – Lo tsunami politico in Spagna si è consumato a inizio giugno: per la prima volta dalla fine della dittatura, un premier spagnolo in carica è stato destituito dal Congresso dei deputati con una mozione di sfiducia e il leader dell’opposizione è diventato subito capo del governo al suo posto. Il veterano Mariano Rajoy è caduto abbattuto da 180 voti su 350. Pedro Sanchez, il leader del Psoe che venerdì 1 giugno aveva presentato la mozione per cacciare il premier, è diventato il nuovo premier spagnolo.

MIGRANTI – E la prima mossa del nuovo governo spagnolo è stata a sorpresa: ha tolto dall’impasse l’Italia accettando di far sbarcare a Valencia l’Aquarius, la nave dell’ong Sos Mediterranee con 629 migranti a bordo, bloccata tra i due litiganti, Italia e Malta, e far prevalere le ragioni umanitarie. Il neopremier socialista spagnolo Pedro Sanchez ha così annunciato la volontà di accogliere la nave umanitaria nel porto di Valencia: “E’ nostro obbligo aiutare ad evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone”. Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha definito la scelta di Sanchez “la vera solidarietà messa in pratica, sia verso questo queste persone disperate e vulnerabili, che verso Stati membri partner”.

LA NASCITA DEL GOVERNO SOCIALISTA – Solo una settimana prima del rovesciamento di governo, Rajoy, alla guida di un governo di minoranza, incassava trionfante l’adozione in extremis del bilancio dello stato grazie ai voti dei 5 baschi del Pnv. Subito dopo il cielo ha iniziato a cadergli addosso, con la pubblicazione della sentenza sul ‘caso Gurtel’, la trama di corruzione legata al Pp 15 anni fa, quando premier era Josè Maria Aznar. Il Partido Popular è stato condannato per corruzione, suscitando una tempesta in tutto il paese. Sanchez ha presentato la sfiducia, passata grazie ai voti decisivi, di nuovo, del Pnv. Emozionato, visibilmente amareggiato, Rajoy è stato il primo a congratularsi con Sanchez: “E’ stato un onore essere premier, e di lasciare la Spagna migliore di come mi era stata consegnata”, ha detto prima di lasciare il Congresso. Il nuovo premier ha promesso di lavorare “con molta umiltà”, di voler aprire “una pagina nuova nella storia del Paese” e ha subito rassicurato Bruxelles: “Rispetteremo gli impegni con l’Europa”. Sanchez, settimo capo del governo in Spagna dalla fine della dittatura, è il terzo socialista dopo Felipe Gonzalez e Josè Luis Zapatero. La sfiducia a Rajoy è stata accolta in aula dal coro “sì se puede!” (“Sì, si può!”) intonato dai deputati di Podemos. Dei 180 voti però non pochi sono stati contro Rajoy più che a favore di Sanchez. Per ora il leader Psoe conta solo sugli 84 deputati socialisti. Il leader di Podemos (71 deputati) Pablo Iglesias gli ha proposto una coalizione ma per ora Sanchez ha detto di preferire accordi esterni. “Dipende da lui che ci siano ministri di Podemos”, lo ha rintuzzato Iglesias. Gli altri voti sono venuti dai 7 baschi e 17 catalani cui Sanchez ha proposto di cercare “soluzioni politiche a una crisi politica”. Si tratta del governo più minoritario probabilmente della storia recente. Sanchez ha promesso di convocare elezioni prima del termine della legislatura nel 2020, senza però precisare quando.

I MINISTRI – Sono in netta minoranza 6 su 17, gli uomini nel nuovo governo spagnolo senza precedenti, targato Pedro Sanchez. Per la prima volta nella storia della Spagna, è un governo quasi tutto rosa. E’ il “riflesso della società”, ha detto Sanchez, “femminista” e “decisamente europeista”. Le 11 donne ministre hanno assunto responsabilità chiave: Difesa, Giustizia, Economia, Finanze, Amministrazione Territoriale, un portafoglio cruciale per tentare una soluzione alla crisi catalana. La vicepremier è una donna, Carmen Calvo, responsabile dell’Uguaglianza, “un’autentica priorità del nuovo esecutivo”, ha chiarito Sanchez nel suo primo intervento da presidente. Meglio di così non aveva fatto neanche Jose’ Luis Zapatero, ultimo socialista alla Moncloa che aveva nominato un numero pari di ministre e ministri. Il governo Sanchez, ha annunciato il premier, “sarà aperto al dialogo e al consenso rispetto a chi la pensa diversamente”. Agli esteri è andato l’ex presidente catalano del Parlamento Ue Josep Borrell, ‘falco’ unionista contro l’indipendenza della Catalogna. Una “pessima notizia”, ha reagito il President catalano Quim Torra. All’Amministrazione territoriale, in prima linea sulla crisi con Barcellona, c’è però una catalana federalista, Meritxell Batet. Alla giustizia è approdata la pm Dolores Delgado, specialista della lotta anti-jihadismo che dovrà gestire la spinosa questione dei ‘detenuti politici’ catalani. All’Economia arriva Nadia Calvino, direttrice Ue ai bilanci, un chiaro gesto verso Bruxelles, alle Finanze Maria Jesus Montero, vicina a Susana Diaz, presidente dell’Andalusia. I fedelissimi del nuovo premier Josè Luis Abalos, numero 2 del Psoe, e l’ex pm Margarita Robles sono andati a Investimenti e Difesa, l’ex astronauta Pedro Duque è diventato ministro della Scienza. Agli Interni è arrivato un altro magistrato, Fernando Grande Marlaska.

CATALOGNA – La Catalogna ha subito ricordato a Sanchez che i nodi da sciogliere per il paese rimangono. Il 6 giugno, mentre a Madrid Pedro ‘El Guapo’ giurava come nuovo premier nelle mani di re Felipe VI  al palazzo reale della Zarzuela, a Barcellona giuravano i ministri del nuovo governo catalano del President Quim Torra. Con un omaggio al presidente deposto Carles Puigdemont ora in esilio, al suo vicepresidente Oriol Junqueras e agli ex-ministri in carcere a Madrid o in Europa inseguiti da mandati di cattura spagnoli. L’insediamento del nuovo Govern – dopo 7 mesi di vuoto istituzionale – ha posto fine al commissariamento della Catalogna da parte di Madrid scattato a fine ottobre. La Catalogna ha dunque recuperato l’autogoverno. Torra, vicino a Puigdemont, si è impegnato a portare avanti il progetto di “uno stato indipendente sotto forma di repubblica” del suo predecessore. Ma in un clima per ora più disteso. La caduta di Rajoy, l’uomo che dopo la proclamazione della ‘repubblica’ il 27 ottobre ha decapitato le istituzioni catalane e commissariato la regione ribelle, ha abbassato i toni dello scontro fra Madrid e Barcellona, che ora aspetta di vedere come sarà il governo Sanchez. E anche le prime mosse del nuovo premier spagnolo sulla crisi catalana. Per garantirsi il voto degli indipendentisti catalani e baschi alla sfiducia il leader socialista giovedì nel Congresso ha promesso ‘dialogo’ sulla Catalogna, per “soluzioni politiche a un problema politico”. Torra gli ha risposto sullo stesso tono: “Parliamoci, incontriamoci, prendiamo rischi, voi e noi”. “Sediamoci allo stesso tavolo e parliamo da governo a governo, questa situazione non può prolungarsi”. Per Torra la prima priorità è fare uscire dal carcere i 9 leader fra cui Junqueras e l’ex-presidente del Parlament Carme Forcadell detenuti a Madrid accusati di ‘ribellione’ per avere portato avanti pacificamente il progetto politico dell’indipendenza.