Embraco: Tajani, rischio pericoloso precedente. Delocalizzazione Italia +12,7%

Bruxelles – Il caso Embraco “non è soltanto italiano, è un caso europeo perché rischia di essere un pericoloso precedente che può, invece di favorire la crescita armonica di una indispensabile rete industriale europea, di spostare pezzi di industria europea da una parte all’altra dell’Unione”. Lo ha detto oggi il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani dopo avere ricevuto una delegazione dei lavoratori Embraco insieme al presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. “L’obiettivo di una politica industriale europea non è quello di far perdere posti di lavoro in Italia e farli crescere in Slovacchia – ha aggiunto Tajani -, l’obiettivo è di fare aumentare l’occupazione europea in generale”. Il presidente dell’Eurocamera ha poi sottolineato che “dobbiamo dare una prospettiva ai giovani e questo caso diventa emblematico perché si tratta di una impresa che in Piemonte è attiva e non c’è un problema di disastro economico”. Dunque si chiede: perché spostarla? soltanto perché si vuole guadagnare di più”.

DELOCALIZZAZIONE IN ITALIA – Sono recenti i dati sulla delocalizzione ‘made in Italy’ dell’Ufficio studi della Cgia di Venezia. Alle imprese italiane, soprattutto del Nord, ‘piace’ la delocalizzazione e hanno scelto, contrariamente a quanto si pensi, gli Usa e l’Europa centro occidentale anziché l’Est. L‘elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia si avvale degli unici elementi disponibili sul tema pubblicati da Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Ice e fanno riferimento all’arco temporale dal 2009 al 2015. La ricerca sottolinea come il principale paese di destinazione degli investimenti per delocalizzazione sono gli Stati Uniti tanto che nel 2015, le partecipazioni italiane nelle aziende statunitensi sono state superiori a 3.300. Di seguito ci sono la Francia (2.551 casi), la Romania (2.353), la Spagna (2.251) la Germania (2.228), il Regno Unito (1.991) e la Cina (1.698). La ‘ricognizione’ evidenza come, nel periodo in esame, viene sfatato il ‘mito’ dello sbilanciamento verso l’Est Europa. Sul fronte strettamente strutturale emerge che nel periodo preso in esame dalla Cgia il numero di occupati all’estero alle dipendenze di imprese a partecipazione italiana è diminuito del 2,9% (una contrazione di poco più di 50.000 unità). Il fatturato, invece, è aumentato dell’8,3%, facendo registrare un incremento in termini assoluti del giro di affari di oltre 40 miliardi di euro. Sempre nel 2015, i ricavi delle imprese straniere controllate dalle italiane hanno toccato i 520,8 miliardi di euro.

Dei 35.684 casi registrati nel 2015, oltre 14.400 (pari al 40,5% del totale) sono riconducibili ad aziende del settore del commercio, per lo più costituite da filiali e joint venture commerciali di imprese manifatturiere. L’altro settore più interessato alle partecipazioni all’estero è quello manifatturiero che ha coinvolto oltre 8.200 attività (pari al 23,1% del totale). In questo caso si distinguono le aziende produttrici di macchinari, apparecchiature meccaniche, metallurgiche e prodotti in metallo. Le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l’Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78% del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia.