Ecco il codice del Viminale per i salvataggi: 13 impegni per le ong, ma solo 3 firmano

Roma – Via libera del Viminale al codice di condotta delle Ong per i soccorsi in mare ai migranti. L’ok è arrivato nella giornata di lunedì 31 luglio, dopo l’approvazione da parte dell’Ue della prima bozza, avvenuta giovedì 13 luglio a Bruxelles.  Il Codice di condotta proposto dal ministero ha raccolto però le firme di solo due delle dieci organizzazioni umanitarie presenti nel Mediterraneo Centrale: Moas e Save the children. Mentre una terza, la spagnola Proactiva Open Arms, ha comunicato di voler sottoscrivere l’accordo.

Chi non ha aderito al documento, minaccia il ministero, si pone £fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi, a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse”.

Il testo prevede regole che consentiranno di disciplinare l’attività svolta dalle Ong nel Mediterraneo centrale e rappresenta un vero e proprio decalogo con indicazioni ben precise: dal divieto di entrare nelle acque libiche a quello di trasferire i migranti soccorsi su altre navi, dalla regolamentazione dei segnali luminosi alla dichiarazione delle fonti di finanziamento, dal possesso di certificazioni di idoneità tecnica all’obbligo di trasmettere le informazioni utili alle autorità di polizia italiane per l’attività investigativa.

La mancata sottoscrizione del documento o l’inosservanza degli impegni previsti “può comportare – si legge nel documento – l’adozione di misure da parte delle autorità italiane nei confronti delle relative navi, nel rispetto della vigente legislazione internazionale e nazionale, nell’interesse pubblico di salvare vite umane, garantendo nel contempo un’accoglienza condivisa e sostenibile dei flussi migratori”.

Ecco i 13 impegni contenuti nel codice:

  • “Assoluto divieto” per le navi umanitarie di entrare in acque libiche, che possono essere raggiunte “solo se c’è un evidente pericolo per la vita umana in mare”.
  • Non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione.
  • Non fare comunicazioni per agevolare la partenza delle barche che trasportano migranti.
  • Attestare l’idoneità tecnica per le attività di soccorso. In particolare, viene chiesto alle ong anche di avere a bordo “capacità di conservazione di eventuali cadaveri”.
  • Informare il proprio Stato di bandiera quando un soccorso avviene al di fuori di una zona di ricerca ufficialmente istituita.
  • Tenere aggiornato il competente Centro di coordinamento marittimo (Mrcc) sull’andamento dei soccorsi.
  • Non trasferire le persone soccorse su altre navi, “eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo e sotto il suo coordinamento anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave”.
  • Informare costantemente lo Stato di bandiera dell’attività intrapresa dalla nave.
  • Cooperare con il competente Centro di coordinamento marittimo eseguendo le sue istruzioni.
  • Ricevere a bordo, su richiesta delle autorità nazionali competenti, “eventualmente e per il tempo strettamente necessario”, funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico.
  • Dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità dello Stato in cui l’ong è registrata.
  • Cooperazione leale con l’autorià di pubblica sicurezza sul previsto luogo di sbarco dei migranti.
  • Recuperare, “una volta soccorsi i migranti e nei limiti del possibile”, le imbarcazioni improvvisate e i motori fuoribordo usati dai trafficanti di uomini.

Tra le ong che hanno negato il consenso anche Medici Senza Frontiere. Gabriele Eminente, direttore generale di Msf, è stato il primo ad uscire ed a chiarire il ‘no’ della sua organizzazione, illustrato anche con una lettera inviata a Minniti. Eminente ha riconosciuto “gli sforzi e l’approccio costruttivo del ministero, ma alcune nostre preoccupazioni sono rimaste senza risposte e dunque non ci sono le condizioni per firmare“. Innanzitutto, ha spiegato, il documento “non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare e non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie”. Poi, ha rilevato, “ci sono soprattutto due punti problematici: l’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi” e “la presenza a bordo di funzionari di polizia armati, che è contraria alla politica ‘no-weapons’ che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo”.

Una portavoce della Commissione Ue, dopo l’incontro a Bruxelles con la delegazione italiana, aveva ricordato che la misura ha ricevuto “un sostegno senza ambiguità a Tallinn” dai ministri dell’interno di tutti i 28. L’obiettivo del codice, ha sottolineato la portavoce, è “portare chiarezza a tutti gli attori” coinvolti nel salvataggio dei migranti e “assicurare alle ong che se seguiranno pratiche in linea con il diritto internazionale sarà consentito loro di entrare nei porti italiani“. “Nessuno ha mai detto che le ong devo interrompere le loro attività, quel che vogliamo è che gli attori coinvolti si possano organizzare meglio” in quanto “è normale che ci sia un sistema di cooperazione internazionale”. E “per assicurarci che tutti possano cooperare meglio tra loro, noi crediamo che questo codice possa aiutare”, ha sottolineato la portavoce.