Draghi, crescita dell’Ue solida, non cambia la rotta del Qe e dei tassi

Roma – Fiducia nella ripresa, prudente sollievo per la possibile ‘tregua’ fra Ue e Usa sul commercio estero, pilota automatico sulla politica monetaria. E’ il risultato dei due giorni di riunione della Bce, con un Mario Draghi che nel sesto compleanno del suo celebre ‘whatever it takes’ approfitta per celebrare un euro che “poggia su basi molto più solide di allora” e una Bce dotata di un arsenale che quel 26 luglio 2012 appariva impensabile. Durante una conferenza stampa durata poco più di mezz’ora, fra le più brevi nella storia della Bce, e caratterizzata da una sostanziale conferma delle linee di politica monetaria annunciate a giugno, la Bce nelle parole di Draghi è apparsa forse “un poco più fiduciosa nello scenario base”, per dirla con il responsabile della ricerca economica di Unicredit Marco Valli. Vale a dire inflazione in accelerazione a fine anno e in convergenza graduale verso il 2%. E ripresa che, spiega il presidente della Bce, procede “su un terreno di crescita solida e diffusa”. “Uno stimolo monetario significativo è ancora necessario”, ha scandito Draghi attenendosi alle sue ‘tre P’ – pazienza, prudenza e perseveranza – ma anche confermando che a a gennaio gli acquisti netti di titoli pubblici, dopo il dimezzamento del ritmo mensile a 15 miliardi da settembre a dicembre, saranno terminati. Rimarrà il reinvestimento dei bond che man mano scadono: un potenziale deterrente contro focolai di bassa inflazione o instabilità di mercato nei Paesi ad alto debito (alcuni analisti hanno ipotizzato un potenziale estintore da usare anche per lo spread italiano). Anche se Draghi, oggi, ha spiegato che l’implementazione tecnica non è stata ancora discussa nei dettagli, e che pietra angolare dei riacquisti continuerà ad essere la ‘capital key’, la distribuzione dei titoli pubblici per ciascun paese dell’Eurozona in base alla quota di capitale nella Bce.

Se una ‘guerra commerciale’ a colpi di rappresaglie e la volatilità finanziaria rimangono rischi reali, è stato un certo ottimismo a caratterizzare le parole del presidente della Bce. L’intesa annunciata ieri dopo il vertice fra il presidente Usa Donald Trump e quello della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, col proposito di disinnescare la corsa ai dazi e anzi abolire anche quelli preesistenti, “è un buon segno, mostra che c’è di nuovo la volontà di discutere del commercio in una cornice multilaterale”, dice Draghi. Non è ancora il tempo dei bilanci, con l’addio di Draghi alla Bce fissato per il novembre 2019. Ma il compleanno del ‘whatever it takes’, la minaccia agli investitori al ribasso sui titoli greci o italiani che poi si concretizzò nel programma ‘omt’ d’intervento rapido sui mercati attraverso l’arsenale monetario potenzialmente illimitato di una banca centrale, vede una Bce dotata di molteplici strumenti nati sotto la sua presidenza: dai Tltro che forniscono liquidità straordinaria alle banche, ai tassi negativi che resteranno tali fino “almeno a tutta l’estate 2019” fino al quantitative easing, che in quell’estate 2012 pareva precluso all’Europa.