Dalla Catalogna alla Slovacchia al Kosovo, gli strappi in Europa

Roma – Separazioni consensuali, strappi violenti, tentativi di indipendenza falliti. Dalla Slovacchia alla Scozia, dal Kosovo alla Crimea, l’Europa negli ultimi decenni è stata attraversata da spinte indipendentiste di vario tipo.

  • SLOVACCHIA – I nazionalisti che guidavano la Slovacchia nel 1992 chiesero maggiore autonomia dal governo della Cecoslovacchia, entità federale ricostituita dopo la Seconda guerra mondiale sotto l’influenza sovietica. Dopo alcuni mesi, il leader slovacco Vladimir Meciar e quello ceco Vaclav Klaus si accordarono per la separazione delle due repubbliche, che nacquero il primo gennaio del 1993, ottenendo il riconoscimento internazionale ed iniziando una convivenza pacifica. La Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno fatto il loro ingresso nell’Unione europea il 1 maggio del 2004.
  • SCOZIA – Nel 2007 lo Scottish National Party vinse le elezioni scozzesi, avviando di fatto l’iter per un referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. La consultazione – concordata con Londra – si è svolta il 18 settembre 2014, con una vittoria dei ‘no’ che ha infranto il sogno dei secessionisti. Con la Brexit, tuttavia, in Scozia si è riaperto il dibattito sull’indipendenza.
  • KOSOVO – Il Kosovo, a maggioranza albanese, proclamò l’indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. Fu l’ultimo atto di una sanguinosa guerra con Belgrado conclusa nel ’99, costata la vita ad almeno diecimila civili e che ha richiesto l’intervento della Nato. L’indipendenza del Kosovo è riconosciuta dalla maggioranza dei membri Onu, inclusi gli Usa e quasi tutti i Paesi Ue, tra cui l’Italia. Ma non dalla Spagna, che teme l’effetto emulazione delle sue regioni autonome. Il caso Catalogna ne è la dimostrazione. I negoziati tra Pristina e Belgrado per un accordo di convivenza proseguono, ma i serbi tengono il punto nell’escludere l’indipendenza kosovara.
  • CRIMEA – La Crimea, penisola a maggioranza russofona e importante sbocco sul Mar Nero, dal 1954 è sotto controllo dell’Ucraina. Ma la rivoluzione arancione scoppiata a Kiev sessant’anni dopo, nel 2014, in nome di un avvicinamento all’Ue, ha prodotto in Crimea una forte spinta secessionista, fortemente alimentata dal Cremlino, che ha inviato nella penisola migliaia di soldati dando il via ad un’invasione di fatto. Il 16 marzo dello stesso anno un referendum ha sancito la secessione dall’Ucraina ed il ritorno sotto amministrazione russa. Il voto è stato dichiarato incostituzionale da Kiev e bocciato anche da Ue e Stati Uniti, che hanno adottato sanzioni contro Mosca ed escluso i russi dal G8.