Da Trump all’Europa, la mappa del populismo mondiale

Roma – Trump e Putin, Salvini e Orban, Marine Le Pen e Wilders, Bolsonaro e Duterte. La mappa del populismo mondiale si arricchisce con il cambio della guardia alla presidenza del Brasile. I partiti tradizionali arrancano un po’ ovunque, perché sono costruiti su strutture complesse e offrono soluzioni che appaiono inadeguate. Al contrario, i movimenti anti-élite sono più agili perché guidati da un uomo forte che comunica direttamente con gli elettori saltando l’establishment. E soprattutto promettendo che “prima vengono i nostri cittadini”.

‘America First’ è proprio lo slogan del miliardario americano che nel 2016 ha conquistato la Casa Bianca. Trump è stato scelto dagli americani impoveriti dalla crisi. Barack Obama, ha attaccato il tycoon, aveva promesso ‘We can’ e invece non ha servito gli interessi degli americani. Favorendo un libero commercio che agli Usa ha portato più danni che benefici. Danneggiando le industrie con i vincoli ambientali. Scegliendo di aprire al ‘pericoloso’ Iran e a Cuba. America First è anche il rifiuto dell’immigrazione, con il muro al confine messicano, e il diritto alle armi per proteggersi da sé.

La linea dura contro i migranti è tra i punti qualificanti del populismo europeo. Matteo Salvini, in Italia, ci ha costruito gran parte del suo successo. Con i partner di governo dell’M5s, la Lega condivide poi il rifiuto delle istituzioni europee, o almeno degli attuali leader, giudicati lontani dalle esigenze dei cittadini e orientati principalmente a tutelare gli interessi dei nordeuropei, a partire da Germania e Francia. In Ungheria, il premier Viktor Orban è accusato dall’Ue di derive autoritarie. Perché avrebbe cambiato le leggi a suo uso e consumo, di fatto assoggettando tutti i poteri all’esecutivo e mettendo un bavaglio alla stampa. Anche al governo polacco del partito Giustizia e Libertà, fondato dai gemelli Kaczynski, si contesta di volere indebolire le istituzioni democratiche. L’euroscetticismo ha avuto il suo effetto più dirompente nel Regno Unito. L’Ukip dell’eccentrico Nigel Farage ha guidato la volata alla drammatica uscita dei britannici dall’Ue. In Francia, il Front National della dinastia Le Pen è una realtà consolidata. Grazie anche alla retorica anti-islam, alimentata dalla serie di attentati di matrice jihadista nel paese. Anche in Olanda, il Partito per la Libertà di Geert Wilders vuole limitare l’immigrazione dai paesi musulmani. In Germania, il nazionalismo di destra cresce elezione dopo elezione. L’Afd ha raggiunto la doppia cifra nel 2017, entrando per la prima volta in Parlamento. E miete successi anche nei Lander, come dimostra il recente voto in Baviera e Assia.
(QUI una mappa più dettagliata del populismo in Ue, Paese per Paese)

In Russia, Vladimir Putin incarna il perfetto esempio di leader assoluto, che guida il suo paese senza intermediari da 20 anni. Putin ha riportato Mosca ai fasti imperiali e di epoca sovietica, estendendo la sua influenza in zone nevralgiche come il Medio Oriente e l’Africa. Lo zar però è sospettato di ‘intromissioni’ negli affari degli altri paesi, come alle recenti elezioni Usa. Poi c’è Rodrigo Duterte, soprannominato il ‘castigatore’. Da due anni presidente delle Filippine, il suo populismo si declina soprattutto nella rigida politica di ordine pubblico. Duterte ha iniziato una guerra alla droga che ha provocato un’impennata degli omicidi dei criminali: capo del governo e giudice in una sola persona. E presidente-poliziotto. Come ora promette di essere Jair Bolsonaro in Brasile.