Cop 23, passi avanti per rivedere impegni su emissioni; in Germania è scontro sul clima

Roma – Alcuni passi avanti ma ancora tanta strada da fare per onorare gli impegni presi a Parigi due anni fa. Potrebbero essere sintetizzati così i risultati della Conferenza sul clima che si è tenuta a Bonn (Cop 23) e che si è chiusa sabato 18 novembre dopo una maratona notturna di negoziati sui dettagli tecnici dell’applicazione dell’Accordo di Parigi. Alla Cop 23 hanno partecipato circa 25 mila persone, provenienti da 195 Paesi del mondo. Il summit era ritenuto in effetti decisivo per puntellare l’accordo di Parigi e procedere verso i regolamenti per attuarlo, dopo la clamorosa decisione di Washington di uscirne. Sono state quindi definite le procedure per arrivare alla revisione degli impegni degli Stati per il taglio delle emissioni di gas serra. Questi impegni, presi a Parigi due anni fa, sono insufficienti per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo stesso (mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi possibilmente entro 1,5 gradi) e devono essere aggiornati. L’aggiornamento dei target nazionali di decarbonizzazione dovrà permettere all’Accordo di Parigi, quando entrerà in vigore nel 2020, di raggiungere almeno il suo obiettivo minimo.

Il premier delle Fiji, Frank Bainimarama, che ha presieduto la conferenza, nel documento finale ha istituto un tavolo di discussione che partirà nel gennaio del 2018 per definire gli aggiornamenti dei target nazionali in vista della Cop24. A Bonn sono state indicate soprattutto quali azioni sulle emissioni vanno monitorate, in vista della valutazione dei risultati e della revisione. Il 2017 sarà molto probabilmente uno dei tre anni più caldi di sempre: Il dato, emerso da uno studio dell’Organizzazione metereologica mondiale, ha fatto da monito all’apertura dei lavori della conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima. E la responsabile del segretariato dell’Onu, Patricia Espinosa, ha spronato presenti e non: “Adesso dobbiamo agire”. L’accordo di Parigi va mantenuto e rispettato, ha aggiunto Frank Bainimarama.

La Conferenza di Bonn ha visto una ventina di Paesi (fra i quali l’Italia) stringere un’alleanza per cessare la produzione di energia dal carbone. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron sono stati gli ospiti più importanti della Cop23. Entrambi hanno ribadito il loro impegno alla decarbonizzazione. Da Berlino la volontà è quella di diminuire le emissioni del 40% rispetto al 1990, entro il 2020. Proprio la posizione del governo Merkel sul clima ha creato un chiaro rimbombo sulle trattative in corso fra Unione Liberali e Verdi per formare un eventuale governo dai colori Giamaica al Bundestag. L’Fdp ha sempre detto di riconoscersi negli obiettivi di Parigi, ma pur volendo rispettare gli obiettivi posti per il 2030 e quelli per il 2050, vorrebbe rallentare le politiche per gli obiettivi del 2020. I Verdi, dall’altro lato, non demordono: “Il clima va tutelato, altrimenti i colloqui termineranno velocemente”, ha ribattuto la Verde, Simone Peter. Ma anche Angela Merkel ha a cuore le politiche sul clima: è stata lei a evitare contagi, al G20 di Amburgo, isolando gli Usa sulla scelta di Parigi. E, durante la conferenza di Bonn, da Berlino, ha fatto sapere che quello della tutela del clima è uno dei temi che più stanno a cuore all’Unione, nel tavolo per il prossimo governo.

Gli Stati Uniti a Bonn hanno mostrato i loro due volti. Da un lato, il governo di Washington ha detto di essere ancora disponibile a restare nell’Accordo di Parigi con una revisione degli impegni, dall’altra Stati e città americane hanno ribadito i loro impegni per il clima nonostante Trump, capitanati dal governatore della California, il democratico Jerry Brown.  Il temuto “effetto domino” dell’uscita voluta da Trump, inoltre, non c’è stato: Usa e Siria sono gli unici paesi delle Nazioni unite a essersi chiamate fuori dall’intesa. E anche sugli Stati Uniti la speranza di un ripensamento rispetto al passo indietro non è affatto sepolta: tecnicamente, come è noto, non potranno uscirne prima del 2020, c’è tempo, e tante cose possono ancora accadere, ha affermato Barbara Hendricks.

Rimane aperta la spinosa questione del fondo per aiutare i paesi più poveri a combattere il riscaldamento globale: la sua istituzione rimane ancora indefinita. La Germania, attraverso la ministra tedesca dell’Ambiente, Barbara Hendricks, ha annunciato di voler stanziare altri 50 milioni di euro per le isole a rischio: ne aveva già destinati 190 al fondo concepito per questa emergenza.

Per Legambiente “servono fatti e scelte concrete e un ruolo da leadership da parte dell’Europa”. L’accordo raggiunto a Bonn, “che include non solo la revisione degli impegni di riduzione delle emissioni” di gas a effetto serra “ma anche il sostegno finanziario ai paesi poveri colpiti dagli impatti dei cambiamenti climatici in corso – spiega la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni – si limita solo all’avvio del processo di revisione degli impegni. L’azione concreta dovrà essere presa alla COP24 del prossimo anno a Katowice in Polonia. Per questo nei prossimi mesi servirà ancora molto lavoro”.