Al via i negoziati sulla Brexit: prima le garanzie, poi la partnership futura

Bruxelles – È durata 7 ore la prima la prima maratona negoziale tra Gran Bretagna e Unione europea, guidate rispettivamente dal britannico David Davis e dal francese Michel Barnier. I primi colloqui per un “ritiro ordinato” hanno avuto toni “costruttivi”. Sia Davis che Barnier hanno parlato di “buon inizio” e, citando Winston Churchill il primo e Jean Monnet il secondo, si sono detti “determinati” a raggiungere l’intesa.
Sono oltre 19mila le norme europee presenti nella legislazione britannica, dall’agricoltura al mercato interno, dalla sicurezza alla libera circolazione, su cui dovrà essere trovata un’intesa in tempo utile per il termine fissato al 29 marzo 2019. Senza accordo, si realizzerebbe il peggiore degli scenari possibili, con il rischio che tutte le norme esistenti cessino di avere valore legale dall’oggi al domani lasciando i cittadini nel caos.

Londra sembra aver digerito la trattativa in due fasi. I nodi principali da sciogliere nella prima fase dei negoziati riguardano:

  • Diritti dei cittadini: deve essere garantita una continuità ai diritti sociali, economici e politici sia ai cittadini Ue che vivono in Gran Bretagna sia ai britannici che vivono in Ue.
  • Conto economico: le stime vanno dai 60 ai 100 miliardi di euro. Sono quelli che Londra deve a Bruxelles in virtù degli impegni presi sul bilancio Ue e nelle sue istituzioni finanziarie.
  • Mercato unico: Bruxelles è stata chiara: nessun accesso al mercato interno europeo di beni e capitali senza la libera circolazione dei lavoratori Ue. I due aspetti sono inscindibili.
  • Agenzie dell’Unione europea: con l’addio di Londra, l’Agenzia per il farmaco (Ema) e l’Authority delle banche (Eba) dovranno essere ricollocate altrove nell’Ue. Quasi tutti i 27 Paesi Ue sono interessati.
  • Irlanda del Nord: dovrà essere impedito il ritorno della frontiera tra Dublino e Belfast per garantire la pace, nel rispetto dei cosiddetti Accordi del Venerdì Santo del 1998.

Compiere progressi sufficienti sulle garanzie per i cittadini, gli impegni finanziari e le frontiere dell’Irlanda prima di passare alla seconda fase sulle future relazioni tra Ue e Regno Unito, condizione contro cui Londra si era battuta in un primo tempo, è indispensabile per Bruxelles. Davis ha comunque avvertito che la questione della partnership futura fa parte del negoziato e “niente sarà concordato fino a quando tutto sarà concordato”, ribadendo anche che il Regno Unito “lascerà il mercato unico e l’unione doganale”.

Un primo passo avanti potrebbe arrivare già lunedì 26 giugno, quando la Gran Bretagna pubblicherà un documento sulle garanzie per i cittadini che costituirà la base per il negoziato.

Barnier e Davis hanno concordato di fare un round negoziale al mese (individuando le prime date del 17 luglio, 28 agosto, 18 settembre e 9 ottobre), usando il tempo tra l’uno e l’altro per elaborare proposte e scambiarle. In un primo momento, ci saranno tre gruppi di lavoro che si occuperanno dei “diritti dei cittadini, conti e altre questioni”, mentre il dossier sulla frontiera irlandese, trattandosi di una questione “più sensibile e complessa”, è stata affidato ai più stretti collaboratori di Barnier e Davis.

Su tutta la complessa partita pesa però la situazione di difficoltà politica in cui arranca Theresa May. La leader, che avrebbe dovuto condurre la trattativa col pugno di ferro, appare invece sempre più in bilico dopo la batosta elettorale dell’8 giugno, le oggettive difficoltà a formare un governo, la gestione degli attacchi terroristici e l’incendio della Grenfell Tower, che hanno contribuito ad offuscarne la popolarità. Una fragilità, quella della premier britannica, a cui in molti, nell’Unione europea, guardano con preoccupazione. Come avverte il capogruppo del Ppe all’Eurocamera Manfred Weber: “Il grosso problema è che non abbiamo idea di cosa vogliono i britannici: sono nel caos”.

Il timore è che la mancanza di un vero mandato politico di May sulla Brexit possa risultare in una situazione di stallo, che allo scadere dei termini previsti dall’articolo 50 (29 marzo 2019), conduca ad un’uscita non concordata del Paese dal blocco: un’opzione non auspicata dai 27, ma a cui oggi si guarda e a cui ci si prepara. Come testimoniano le parole del capo della vigilanza unica europea (Ssm), Danielle Nouy, secondo cui la Bce prepara le banche anche a uno scenario di ‘hard Brexit’.