I big Ue rilanciano web tax contro colossi digitali, cambiare fisco

Bruxelles – L’offensiva dell’Europa contro Google, Amazon, Facebook, Apple, Airbnb, Booking.com e gli altri big dell’economia digitale è partita ufficialmente. Il fisco ‘light’ di cui hanno finora beneficiato sta per finire e la Commissione Ue ha messo nero su bianco diversi modi per rimediare alla maxi-evasione legale che gli Stati membri non vogliono più tollerare. Ora sta ai leader Ue, che si riuniranno a Tallinn il 29 settembre per il digital summit, scegliere un’opzione e dare mandato a Bruxelles di approfondirla, per arrivare ad una proposta definitiva entro giugno 2018. Per ora, sulla cosiddetta web tax europea, di chiaro c’è soltanto l’obiettivo: far pagare ai colossi dell’economia digitale il ‘fair share’, o giusta porzione, di tasse. Perché oggi, nonostante il loro giro d’affari cresca esponenzialmente in tutti i Paesi Ue, sfuggono ad una tassazione proporzionata ai loro guadagni. Ed è tutto perfettamente legale, tanto che a giugno scorso i giudici francesi hanno dato ragione a Google che si rifiutava di pagare gli 1,1 miliardi di euro che lo Stato francese le chiedeva a titolo di ‘risanamento’ esattoriale. Da quel momento, Parigi si è lanciata nella battaglia per la web tax europea.

LA PROPOSTA A LUNGO TERMINE DELLA COMMISSIONE UE  – La Commissione parte prima di tutto dai numeri: le imprese tradizionali locali, in Europa, pagano il 20,9% di tasse, quelle internazionali il 23,4%. Numeri dimezzati per le aziende digitali: quelle locali pagano l’8,5%, quelle straniere il 10,1%. Grazie al fatto che i loro “asset intangibili” sono “altamente mobili”, spiega la Commissione nella sua comunicazione. Che ha come primo obiettivo quello di riuscire a “tassare il valore laddove viene generato”, principio su cui si basa tutta la strategia Ue sul fisco delle imprese. Il problema è che il quadro normativo è datato, spiega l’Ecofin. Perché si basa sul principio di ‘residenza fisica’: le imprese pagano le tasse nel luogo dove hanno la loro sede. Un principio che con l’economia digitale è superato, visto che Google, Facebook, Booking.com, Airbnb, forniscono servizi in tutta Europa, realizzando ricavi elevati in molti Paesi, ma vengono tassati soltanto in quello di residenza. Secondo la Commissione, “in assenza di adeguati progressi globali”, l’Unione dovrebbe attuare “proprie soluzioni” per mettere fine ai vantaggi delle imprese dell’economia digitale. Le opzioni individuate dalla Commissione sono una sintesi delle tante idee circolate finora, e già discusse in termini generali all’Ecofin di settembre.

Bruxelles le divide in due categorie: le soluzioni a lungo termine e quelle a breve. Tra le prime, c’è l’ipotesi di aspettare che l’Ocse faccia le sue proposte a inizio 2018, come suggeriva il Lussemburgo.  E poi c’è la soluzione preferita dalla Commissione: accelerare i lavori di approvazione della CCCTB (Common Consolidated Corporate Tax Base), cioè la direttiva che creerà una base imponibile comune, e in seguito armonizzerà anche le aliquote. Ma la discussione è ferma all’Ecofin da 11 anni, e in pochi sono convinti che andrà avanti, in particolare a causa dello scetticismo dei soliti noti: Irlanda, Lussemburgo, Malta, Estonia; Paesi che hanno fondato la propria fortuna sul fisco vantaggioso per le imprese.

LA PROPOSTA DI ITALIA, FRANCIA, GERMANIA E SPAGNA – Spinta dall’impazienza dei Governi, Bruxelles si dice quindi pronta a soluzioni più “rapide”. L’economia digitale cambia “profondamente” il modo di fare business e quindi “il modo in cui deve essere tassato”. Per questo serve “una profonda revisione dell’attuale sistema di tassazione, per assicurare un fisco efficiente, equo e trasparente”: lo scrivono Italia, Francia, Germania e Spagna in un documento congiunto circolato prima del vertice di Tallin sul digitale. Tassare il fatturato delle imprese digitali, anziché i troppo volatili profitti è la proposta dei quattro Paesi. Ma significherebbe modificare un principio consolidato della tassazione d’impresa, cioè colpire solo i guadagni. Bisogna poi, spiega il vicepresidente Dombrovskis, “aggiustare la regola della residenza fisica permanente”, sviluppata in altri tempi, e una strada può essere quella di pensare ad una “residenza virtuale permanente”, come aveva proposto la presidenza estone. Ovvero, le aziende dovrebbero prendere una “residenza virtuale” in ogni Paese in cui hanno una “presenza digitale significativa”. Per venire poi tassati come le altre imprese. Il documento di Italia, Francia, Germania e Spagna ribadisce l’approccio dell’Ecofin, cioè che “servono cambiamenti” alla legislazione “per assicurare che i profitti tassabili siano attribuiti dove viene generato il valore, per evitare l’erosione della base imponibile e lo spostamento dei profitti (BEPS)”. Bisogna però cambiare l’attuale sistema, “basato sullo stabilimento permanente” delle imprese, perché è un approccio “non adatto al business digitale”, che ha una ridotta presenza materiale. “Questo ha portato ad una situazione di mancate entrate per quei Paesi dove le aziende generano profitti in modo remoto”, cioè “con scarsa o nessuna presenza”. E “spiana la strada a una evasione sistematica”.  L’Italia, che grazie ad un accordo con Google a maggio è riuscita a recuperare 306 milioni per tasse non versate dal 2002, ha tentato una regolamentazione inserendola in manovra. Le imprese del web con oltre 1 miliardo di fatturato potranno stringere accordi preventivi con l’Agenzia delle Entrate ed evitare così inchieste della magistratura. Ma si tratta di una soluzione transitoria, in attesa di una vera web tax europea.

I quattro Paesi chiedono ora anche una riflessione sull’Iva. Bisogna assicurare che “lo stesso contenuto, bene o servizio sia soggetto a Iva nello Stato di consumo, senza pensare alla sua natura fisica o digitale”, scrivono i quattro Governi. Perché bisogna fare in modo che “i nuovi modelli di business siano tassati efficacemente”. “Non ha senso applicare un doppio standard che in ultima analisi altera le condizioni della concorrenza”.

SOLUZIONI SUL BREVE PERIODO – Un’altra soluzione rapida è una ritenuta d’acconto sulle transazioni digitali, e una tassa sulle pubblicità online. Tutte queste hanno però pro e contro da approfondire, come la compatibilità con i trattati sulla doppia tassazione, le regole sugli aiuti di Stato, libertà fondamentali, impegni sul free-trade e regole del WTO.  Bruxelles vuole evitare “un patchwork” di soluzioni nazionali, e per questo intende spingere per una soluzione a 28. Ma qualora sia troppo difficile, si potrà procedere con una cooperazione rafforzata. O, addirittura, anche abolire il vincolo dell’unanimità. “C’è un’ampia discussione se dobbiamo passare ad un processo decisionale basato sulla maggioranza anche nel campo della tassazione”, ha detto Dombrovkis.